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Giffoni Teen Diary: Evanna Lynch, sogno Sherlock ma sposerò un gatto

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La quarta giornata del Giffoni Film festival si apre con un sole cocente, che però non ferma i fan di Harry Potter, che aspettano con ansia che si realizzi uno dei loro sogni. Hanno tutti sciarpe con lo stemma della scuola di Hogwarts, collane con il simbolo dei “Doni della Morte”, magliette “potteriane” e libri pronti per l’autografo, e hanno sfidato lunghe code per partecipare al meet and greet delle 12.00 di oggi (magari accampandosi dalla mattina presto). Infatti al festival era ospite Evanna Lynch, attrice irlandese conosciuta per il ruolo dell’eccentrica Luna Lovegood nella saga creata da J. K. Rowilng, che oggi presentava il nuovo film My name is Emily e incontrava i fan dei film che l’hanno resa famosa nel mondo.

Evanna Lynch ospite al Giffoni Film Festival 2016

Evanna Lynch ospite al Giffoni Film Festival 2016

Non appena è entrata in sala i ragazzi hanno gridato per la gioia, sperando che Evanna rispondesse proprio alla loro domanda e lei, come il suo personaggio, si è dimostrata pronta a rispondere con allegria a tutte le richieste (anche ad una proposta di matrimonio, che però ha rifiutato: sembra che per ora preferisca legarsi ai gatti…) e a leggere tutti i cartelloni preparati dai ragazzi (“I nargilli hanno provato a rubare questo poster ma non ci sono riusciti”). Da molte delle sue risposte ai giurati del Festival si è potuto capire che, pur appartenendo alla casa di Grifondoro secondo i test che ha fatto cinque volte su Pottermore, il sito ufficiale sulla saga di Harry Potter, ha molto in comune con il personaggio della Corvonero Luna: da lei ha imparato ad essere originale, a non temere il giudizio degli altri, a dire la propria opinione. E, come ha ripetuto più volte, non si sente ancora pronta a lasciare il personaggio, tanto che si arrabbierebbe molto se, in un eventuale sequel, il ruolo venisse affidato ad un’altra attrice, e che continua a tormentare il regista e J.K. Rowling perché scrivano uno spinoff sulla vita di Luna…

Evanna Lynch in una scena di Harry Potter 5

Evanna Lynch in una scena di Harry Potter 5

A questo punto i ragazzi nella sala Sordi erano divertiti e stregati dalla simpatica attrice davanti a loro (e anche dalla mamma in realtà, che stava seduta su una sedia di fianco al palco con un’aria molto orgogliosa…), ma sono letteralmente esplosi per la felicità quando “Luna”, dopo aver parlato di come le sarebbe piaciuto recitare nei panni della professoressa Cooman o di un elfo domestico (“hanno una voce stridula proprio come la mia”), ha detto che, avendo una mente molto aperta e credendo che possa esistere la magia, non si stupirebbe affatto se il suo gatto si mettesse a parlare, ma si limiterebbe ad un “Finalmente!”.

Da quel momento le domande sono state tante e diverse: consigli per i giovani attori, commenti su The Cursed Child (l’opera teatrale sulla vita dei personaggi dopo la sconfitta di Voldemort), attori con cui vorrebbe recitare, coppie preferite di Harry Potter e  progetti per il futuro. Evanna Lynch ha risposto a tutte, anche con ironia, raccontando come la lettura sia fondamentale per diventare attori e conoscere le sfumature dei personaggi (lei era una grande fan della saga anche prima di recitare nei film), di come adori la coppia Ron/Hermione (applausi e grida di approvazione), di quanto le piacerebbe recitare con Benedict Cumberbatch (applausi ancora più forti per l’attore di Sherlock, che lei ammira per il tempo che spende con il proprio personaggio) e dei progetti per il suo futuro: recitare ancora per un po’ di anni, in modo da avere i soldi necessari per mantenere tutti i gatti che vuole (moltissimi) e vivere con loro. 

Evanna Lynch in una scena di Harry Potter 6

Evanna Lynch in una scena di Harry Potter 6

Infine, dopo qualche scambio di microfono che ha fatto ridere tutta la sala, una giovane fan ha chiesto che cosa ne pensasse riguardo alla scelta di un’attrice di colore per il ruolo di Hermione in The Cursed Child, fatto che ha creato molte polemiche. Se possibile gli applausi sono stati più di prima quando l’attrice, riferendo anche le opinioni di J. K. Rowling (che considera il suo modello), ha detto quanto ritenesse giusta questa decisione: Hermione è un personaggio simbolo per la lotta per l’uguaglianza (crea il C.R.E.P.A. ovvero il Comitato di Riabilitazione per gli Elfi Poveri e Abbruttiti, dove cerca di dare la libertà agli elfi domestici, a volte contro la loro stessa volontà) ed è perfetto che anche a teatro il suo personaggio comunichi gli stessi valori. Dopo l’ultima domanda, che per i ragazzi sembra arrivare decisamente troppo presto, e dopo qualche selfie e foto, “Luna Lovegood” lascia la sala, ma i fan continuano a parlare di come sia stata simpatica e aperta, di quanto sarebbe stato bello fare una foto con lei o avere un autogarfo e si passano i buffi occhiali che il personaggio usa nel film per trovare i fastidiosi Nargilli a bordo dell’Hogwarts Express. Sono molto soddisfatti del loro incontro e se ne vanno convinti di quello che l’attrice ha detto loro: basta perseverare ed essere positivi e sarà possibile essere qualsiasi cosa desiderino. Magari studenti ad Hogwarts?

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Cinema

Venezia 77 | Vinicio Capossela ci parla di “The New Gospel”, di Enzo Del Re e della lotta di classe

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Capossela Venezia 77

Vinicio Capossela è non solo la voce narrante ma anche il compositore di alcune delle musiche che compongono il nuovo film di Milo Rau, Das Neue Evangelium (The New Gospel), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori. Il regista e saggista svizzero si chiede che cosa avrebbe predicato Gesù nel XXI secolo e chi sarebbero stati i suoi discepoli? A queste domande Rau risponde mettendo in scena una “rivolta della dignità” guidata dall’attivista politico Yvan Sagnet, seguendo il modello pasoliniano de Il Vangelo Secondo Matteo.

The New Gospel | intervista a Vinicio Capossela

Capossela, che ha incontrato Milo Rau proprio a Matera nell’anno della Capitale della Cultura, la città in cui il cantautore ha ambientato il videoclip de “Il Povero Cristo” diretto da Daniele Ciprì, ha scelto la musica del cantautore pugliese Enzo Del Re come contrappunto alle immagini del film, riprendendo il riff della canzone-manifesto “Lavorare con lentezza” e la splendida “L’Organizzazione Nuova”, tratta da “Maùl”, il “white album” del cantautore molese. Nella nostra intervista Vinicio Capossela ci parla dei motivi che lo hanno indotto a scegliere la musica di Enzo Del Re per il film di Milo Rau, ma anche di lotta di classe e del Cristo di Nikos Kazantzakis.

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Cinema

Venezia 77 | Mainstream | La recensione del film di Gia Coppola

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Gia Coppola approda alla 77ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti con un film scritto e diretto da lei, intitolato Mainstream. La pellicola vanta nomi hollywoodiani noti come Andrew Garfield, Maya Hawke e Nat Wolff.

Mainstream | La sinossi del film

Un ragazzo che vive per strada trovando lavori occasionali, incontra per caso una ragazza che fa la barista e viene all’istante catturata dal suo carisma. Ne scaturisce una sequela di eventi che porterà i due a diventare parte integrante del mondo social, lui star del web lei la mente dietro all’obiettivo. Pian piano peró le cose sfuggiranno un pochino di mano e bisognerá fare i conti con l’influenza che questo personaggio tanto osannato, ha sulla nuova generazione.

Mainstream | La recensione del film


Mainstream risulta un ottimo equilibrio tra critica sociale ed intrattenimento. Gia Coppola (nipote di Francis Ford Coppola), scrive e dirige un film molto maturo e attuale che svecchia un po’ le tematiche e soprattutto la modalitá registica della zia Sofia. Maya Hawke conferma la sua sempre più professionale bravura, mentre Andrew Garfield sprigiona una potenza incredibile, 2-3 dei suoi monologhi catturano l’attenzione tenendoti incollato allo schermo e l’interpretazione in toto è impregnata di un carisma e una espressivitá degne di nota.

mainstream recensione


A livello di regia e montaggio vengono messe in scena trovate interessanti, talvolta un pochino allucinate ma originali ed intuitive. La scrittura invece è un pochino smarrita nella prima metá per poi consolidarsi nella seconda, rafforzando il contesto e concentrandosi sulle critiche. Il punto di forza più alto dell’intero film, sono appunto queste riflessioni che vengono mosse contro i social, la pericolosità che possono acquisire e l’enorme credito attribuito a questi influencer, che vengono venerati talvolta senza fondamento.


Ormai la società odierna è spesso assoggettata in maniera troppo semplicistica, copiando stili di vita e finendo per essere soggiogata al volere di icone che si credono supereroi. Il concetto viene reso bene in una scena in cui il protagonista provoca una sensazione di vera umiliazione, tramite una situazione crudele e devo ammettere che per come ci viene proposto, risulta tanto delirante quanto funzionale.
Concludo dicendo che il film per me merita di sicuro la visione, ha vari momenti di stallo o migliorabili ma nel complesso porta lo spettatore a ragionare e mettersi in discussione. Ci tengo a finire citando una frase che mostra un’ideale puro, detto quando ancora si crede nelle proprie motivazioni, magari prima di essere corrotti da altro. “Voglio fare cose, per cui la gente provi altre cose”.

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Cinema

The Book of Vision | L’apertura della Settimana della Critica è targata Malick

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Scelto per aprire la 35esima Settimana Internazionale della Critica, durante la 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Book of Vision sfoggia un nome di grande richiamo tra le sue fila. Terrence Malick è infatti tra i produttori esecutivi della pellicola, firmata da Carlo S. Hintermann, al suo debutto nel lungometraggio.

La guida, o meglio la supervisione, dell’apprezzato cineasta è ben evidente anche solo osservando il trailer del film. Ma andiamo per ordine.

The Book of Vision | L’influenza malickiana

Eva (Lotte Verbeek, Outlander) è un chirurgo che decide di interrompere la carriera per dedicarsi allo studio della storia della medicina. È così che si imbatte in un antico manoscritto, curato da un dottore della Prussia del Settecento, tale Johan Anmuth (Charles Dance, Game of Thrones). Improvvisamente la donna viene proiettata in quell’epoca e sente un legame indissolubile con coloro che conobbero il luminare.

Leggi anche: TENET | La “enoisnecer” NO SPOILER del film che fa ripartire il cinema

The Book of Vision è un’opera delicata, complessa, piena di sfaccettature. A un primo sguardo potrebbe non arrivare la mole di suggestioni e di argomenti che la compongono.

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The Book of Vision, una scena del film

Visivamente di impatto, grazie anche a questa atmosfera che rimanda alla mente lo stile malickiano, venato di una poesia impossibile da descrivere a parole, il film prende per mano lo spettatore e lo immerge via via sempre più dentro il suo universo.

La componente naturalistica, esaltata nella sua bellezza dal tappeto musicale, dà il suo enorme contributo, andando a imprimersi nella mente di chi osserva e portandolo a vivere in un limbo tra sogno, realtà, allucinazione. Proprio come capita ai personaggi, ci si trova incapaci di separare e spesso di dare un senso a ciò che ci si trova davanti.

La vita e la morte separate da un velo ma mai disgiunte

Il rosso è il colore predominante – negli abiti, nel colore dei capelli della protagonista, nel sangue, nell’arredamento: simbolo dell’energia vitale, mentale e fisica, diviene la linfa da cui tutto dipende, infondendo al tempo stesso una grande potenza alle immagini e al loro significato.

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The Book of Vision, una scena del film

La vita e la morte si (con)fondono, in un ciclo senza fine. Così la pellicola termina dopo aver compiuto il suo giro e tornando sull’inquadratura dell’apertura. Un velo separa la vita terrena dall’aldilà, e basta un semplice gesto per poter toccare chi è andato dall’altra parte ma non è morto.

La riflessione sollevata da The Book of Vision è in qualche modo debitrice a Malick e a tutta una serie di autori che si sono mossi nella stessa direzione. Certo il discorso sarebbe ampio e complesso, dal momento che in campo vengono messi numerosi elementi – l’esistenza dell’anima, le superstizioni, l’immortalità – ma la storia è interessante per altri motivi.

L’importanza dell’ascolto e della storia

In primis perché pone alla nostra attenzione un discorso non così trattato né banale, quale quello del rapporto medico-paziente. Se in passato il secondo veniva ascoltato davvero da colui a cui si rivolgeva per essere curato, nel corpo e nello spirito, questa usanza viene tutto a un tratto abbandonata.

Leggi anche: Chemical Hearts | la recensione del teen movie con Lili Reinhart

Il corpo umano è adesso un oggetto, un campo di gioco, le persone sono solo occasioni per nuove scoperte e sperimentazioni. Si perde l’interesse verso le storie e si porta avanti quello per gli organi. È questo che conduce Eva a capire quando e cosa è cambiato nel corso dei secoli, e perché.

Portatrice di una sorta di giustizia altra, la donna si sente chiamata in causa in prima persona, nel tentativo di riconnettere il passato con il futuro.

La maternità ha chiaramente un ruolo di primo piano nella vicenda, intrecciandosi fortemente con i personaggi femminili mostrati. A tal proposito una lode va alla Verbeek e a Isolda Dychauk (nel ruolo di Maria), splendide rappresentanti di una femminilità ormai quasi persa.

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