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Giffoni 2016: Due euro l’ora, il prezzo della vita

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Due euro l’ora, il film di Andrea D’Ambrosio con Peppe Servillo e Chiara Baffi di passaggio al Giffoni Film Festival nella sezione Parental Control, si preannunciava come un film di denuncia: del lavoro nero al di fuori di ogni controllo di sicurezza, dell’omertà, dell’incoscienza e del bisogno economico che opprimono intere comunità nel cuore di un’Italia che sembra inesorabilmente piccola, isolata e soffocata. Il film è tutto questo, e centra il suo obiettivo anche perché racconta una storia bella e drammatica d’amore e di amicizia.
D’Ambrosio, profondamente toccato dalla tragica vicenda dell’incendio della fabbrica clandestina di materassi nel Salernitano dove nel luglio 2006 morirono soffocate due operaie, Giovanna Curcio di soli quindici anni e Maria Mercadante, per la prima volta abbandona il genere del documentario e con Donata Carelli scrive una storia di fiction ambientata nel piccolo centro di Montemarano in Irpinia. Peppe Servillo è Enzo Blasi, l’arrogante e spietato padrone di una sartoria abusiva, dove cinque donne lavorano in un seminterrato insicuro per due euro l’ora, vessate e ricattate, eppure grate di avere quell’occupazione in una realtà che appare priva di alternative. Gladys (Chiara Baffi), immigrata di ritorno dal Venezuela, una donna nubile e innamorata della vita, stringe un’amicizia speciale con la giovanissima Rosa (Alessandra Mascarucci), che ha lasciato di nascosto la scuola per guadagnare il denaro necessario a raggiungere il fidanzato emigrato in Svizzera.

due euro l'ora

Grazie alla relazione con Aldo (Paolo Gasparini), Gladys comincerà a mettere in discussione la tracotanza di Blasi, ma neanche la sua denuncia alle autorità riuscirà a spezzare la catena drammatica di circostanze che lega i personaggi. L’ammiccante connivenza dei carabinieri che si bevono la tazzulella’e cafè offerta dal padrone, la crisi che morde, il licenziamento del padre di Rosa, un camionista retto, onesto e così sfinito dal lavoro da non avere le forze per seguire la figlia, congiurano per spingere di nuovo le protagoniste in quell’orribile e pericoloso seminterrato. Servillo, con una smorfia sprezzante perennemente dipinta sul volto, incarna il modello di un italiano convinto della propria assoluta impunità, incurante di ogni regola, prevaricatore e avido, che sopravvive sempre, grazie alla paura, al silenzio complice, all’insicurezza delle sue vittime e dei tanti che scelgono di non vedere. Chiara Baffi (che per questo ruolo è stata premiata al festival di Bari come Miglior attrice) gli contrappone il volto di una donna ancora capace di credere e di sperare, e che preferisce ridere per non annegare nelle lacrime.
Don Luigi Ciotti dice che tutti noi abbiamo bisogno e diritto alla rabbia e questo è il mio personale modo di esprimere la rabbia che provo, perché è stata la nostra indifferenza ad uccidere Giovanna Curcio”, ci ha raccontato il regista, con la voce rotta per la commozione.

Questo film parla di Sud, di lavoro, ma anche di amore, di adolescenza, di padri e figli. E’ stato presente soltanto un mese nelle sale, in una ventina di copie, ma ora sta girando l’Italia per numerosi festival ed eventi, con grande affluenza di pubblico. Ha appena vinto il Bari International Film Festival, sarà presente a Libero Cinema in Libera Terra (il festival itinerante legato a Libera, che porta i film nei luoghi confiscati alla mafia), e poi andrà al Festival di Annecy in Francia. Il pubblico italiano, se ha la possibilità di vedere qualcosa di intelligente, ci va.” Il Giffoni Film Festival, con il suo pubblico di giovanissimi, è un contenitore ideale per questo film, che sprona alla consapevolezza dei diritti e al rispetto di sé e degli altri, basi ineludibili della legalità e della società civile. D’Ambrosio, abbandonato il genere del documentario con cui aveva anche vinto il Nastro D’Argento per Biutiful Cauntri nel 2008 , ha scelto la finzione per raggiungere con maggiore efficacia gli spettatori, coinvolgendoli in una storia di solidarietà ed amicizia che si spera contribuisca a spezzare una bolla di complice silenzio che ferisce il nostro paese tanto quanto l’illegalità.

Autrice per Newscinema della rubrica Fuoriscena, insieme con l’illustratore Giovanni Manna, scrivo racconti per ragazzi dove immagini e testo si intrecciano indissolubilmente… non assomiglia al cinema? Vedere un bel film, o una mostra d’arte, è un piacere che va assolutamente raccontato, ovviamente su Newscinema!

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Cinema

Venezia 77 | Vinicio Capossela ci parla di “The New Gospel”, di Enzo Del Re e della lotta di classe

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Capossela Venezia 77

Vinicio Capossela è non solo la voce narrante ma anche il compositore di alcune delle musiche che compongono il nuovo film di Milo Rau, Das Neue Evangelium (The New Gospel), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori. Il regista e saggista svizzero si chiede che cosa avrebbe predicato Gesù nel XXI secolo e chi sarebbero stati i suoi discepoli? A queste domande Rau risponde mettendo in scena una “rivolta della dignità” guidata dall’attivista politico Yvan Sagnet, seguendo il modello pasoliniano de Il Vangelo Secondo Matteo.

The New Gospel | intervista a Vinicio Capossela

Capossela, che ha incontrato Milo Rau proprio a Matera nell’anno della Capitale della Cultura, la città in cui il cantautore ha ambientato il videoclip de “Il Povero Cristo” diretto da Daniele Ciprì, ha scelto la musica del cantautore pugliese Enzo Del Re come contrappunto alle immagini del film, riprendendo il riff della canzone-manifesto “Lavorare con lentezza” e la splendida “L’Organizzazione Nuova”, tratta da “Maùl”, il “white album” del cantautore molese. Nella nostra intervista Vinicio Capossela ci parla dei motivi che lo hanno indotto a scegliere la musica di Enzo Del Re per il film di Milo Rau, ma anche di lotta di classe e del Cristo di Nikos Kazantzakis.

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Cinema

Venezia 77 | Mainstream | La recensione del film di Gia Coppola

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Gia Coppola approda alla 77ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti con un film scritto e diretto da lei, intitolato Mainstream. La pellicola vanta nomi hollywoodiani noti come Andrew Garfield, Maya Hawke e Nat Wolff.

Mainstream | La sinossi del film

Un ragazzo che vive per strada trovando lavori occasionali, incontra per caso una ragazza che fa la barista e viene all’istante catturata dal suo carisma. Ne scaturisce una sequela di eventi che porterà i due a diventare parte integrante del mondo social, lui star del web lei la mente dietro all’obiettivo. Pian piano peró le cose sfuggiranno un pochino di mano e bisognerá fare i conti con l’influenza che questo personaggio tanto osannato, ha sulla nuova generazione.

Mainstream | La recensione del film


Mainstream risulta un ottimo equilibrio tra critica sociale ed intrattenimento. Gia Coppola (nipote di Francis Ford Coppola), scrive e dirige un film molto maturo e attuale che svecchia un po’ le tematiche e soprattutto la modalitá registica della zia Sofia. Maya Hawke conferma la sua sempre più professionale bravura, mentre Andrew Garfield sprigiona una potenza incredibile, 2-3 dei suoi monologhi catturano l’attenzione tenendoti incollato allo schermo e l’interpretazione in toto è impregnata di un carisma e una espressivitá degne di nota.

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A livello di regia e montaggio vengono messe in scena trovate interessanti, talvolta un pochino allucinate ma originali ed intuitive. La scrittura invece è un pochino smarrita nella prima metá per poi consolidarsi nella seconda, rafforzando il contesto e concentrandosi sulle critiche. Il punto di forza più alto dell’intero film, sono appunto queste riflessioni che vengono mosse contro i social, la pericolosità che possono acquisire e l’enorme credito attribuito a questi influencer, che vengono venerati talvolta senza fondamento.


Ormai la società odierna è spesso assoggettata in maniera troppo semplicistica, copiando stili di vita e finendo per essere soggiogata al volere di icone che si credono supereroi. Il concetto viene reso bene in una scena in cui il protagonista provoca una sensazione di vera umiliazione, tramite una situazione crudele e devo ammettere che per come ci viene proposto, risulta tanto delirante quanto funzionale.
Concludo dicendo che il film per me merita di sicuro la visione, ha vari momenti di stallo o migliorabili ma nel complesso porta lo spettatore a ragionare e mettersi in discussione. Ci tengo a finire citando una frase che mostra un’ideale puro, detto quando ancora si crede nelle proprie motivazioni, magari prima di essere corrotti da altro. “Voglio fare cose, per cui la gente provi altre cose”.

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Cinema

The Book of Vision | L’apertura della Settimana della Critica è targata Malick

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Scelto per aprire la 35esima Settimana Internazionale della Critica, durante la 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Book of Vision sfoggia un nome di grande richiamo tra le sue fila. Terrence Malick è infatti tra i produttori esecutivi della pellicola, firmata da Carlo S. Hintermann, al suo debutto nel lungometraggio.

La guida, o meglio la supervisione, dell’apprezzato cineasta è ben evidente anche solo osservando il trailer del film. Ma andiamo per ordine.

The Book of Vision | L’influenza malickiana

Eva (Lotte Verbeek, Outlander) è un chirurgo che decide di interrompere la carriera per dedicarsi allo studio della storia della medicina. È così che si imbatte in un antico manoscritto, curato da un dottore della Prussia del Settecento, tale Johan Anmuth (Charles Dance, Game of Thrones). Improvvisamente la donna viene proiettata in quell’epoca e sente un legame indissolubile con coloro che conobbero il luminare.

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The Book of Vision è un’opera delicata, complessa, piena di sfaccettature. A un primo sguardo potrebbe non arrivare la mole di suggestioni e di argomenti che la compongono.

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The Book of Vision, una scena del film

Visivamente di impatto, grazie anche a questa atmosfera che rimanda alla mente lo stile malickiano, venato di una poesia impossibile da descrivere a parole, il film prende per mano lo spettatore e lo immerge via via sempre più dentro il suo universo.

La componente naturalistica, esaltata nella sua bellezza dal tappeto musicale, dà il suo enorme contributo, andando a imprimersi nella mente di chi osserva e portandolo a vivere in un limbo tra sogno, realtà, allucinazione. Proprio come capita ai personaggi, ci si trova incapaci di separare e spesso di dare un senso a ciò che ci si trova davanti.

La vita e la morte separate da un velo ma mai disgiunte

Il rosso è il colore predominante – negli abiti, nel colore dei capelli della protagonista, nel sangue, nell’arredamento: simbolo dell’energia vitale, mentale e fisica, diviene la linfa da cui tutto dipende, infondendo al tempo stesso una grande potenza alle immagini e al loro significato.

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The Book of Vision, una scena del film

La vita e la morte si (con)fondono, in un ciclo senza fine. Così la pellicola termina dopo aver compiuto il suo giro e tornando sull’inquadratura dell’apertura. Un velo separa la vita terrena dall’aldilà, e basta un semplice gesto per poter toccare chi è andato dall’altra parte ma non è morto.

La riflessione sollevata da The Book of Vision è in qualche modo debitrice a Malick e a tutta una serie di autori che si sono mossi nella stessa direzione. Certo il discorso sarebbe ampio e complesso, dal momento che in campo vengono messi numerosi elementi – l’esistenza dell’anima, le superstizioni, l’immortalità – ma la storia è interessante per altri motivi.

L’importanza dell’ascolto e della storia

In primis perché pone alla nostra attenzione un discorso non così trattato né banale, quale quello del rapporto medico-paziente. Se in passato il secondo veniva ascoltato davvero da colui a cui si rivolgeva per essere curato, nel corpo e nello spirito, questa usanza viene tutto a un tratto abbandonata.

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Il corpo umano è adesso un oggetto, un campo di gioco, le persone sono solo occasioni per nuove scoperte e sperimentazioni. Si perde l’interesse verso le storie e si porta avanti quello per gli organi. È questo che conduce Eva a capire quando e cosa è cambiato nel corso dei secoli, e perché.

Portatrice di una sorta di giustizia altra, la donna si sente chiamata in causa in prima persona, nel tentativo di riconnettere il passato con il futuro.

La maternità ha chiaramente un ruolo di primo piano nella vicenda, intrecciandosi fortemente con i personaggi femminili mostrati. A tal proposito una lode va alla Verbeek e a Isolda Dychauk (nel ruolo di Maria), splendide rappresentanti di una femminilità ormai quasi persa.

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