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Il cast di Gomorra la serie al Giffoni 2016: “Una umanità senza via di uscita”

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Il 17 Luglio è stato il Gomorra Day al Giffoni Film Festival. Gran parte del cast della serie tv made in Italy più seguita degli ultimi anni è stato ospite del festival dedicato al cinema per ragazzi giunto alla sua 46° edizione. L’avventura, iniziata sul grande schermo nel 2008 con il film di Matteo Garrone, ha raggiunto un successo inaspettato trasformando l’omonimo romanzo di Roberto Saviano in un racconto seriale organizzato in due stagioni andate in onda su Sky Atlantic con un record di ascolti. “Ciascuno di noi è devoto al proprio personaggio. Questi sono degli abissi che non finiscono mai e ti regalano sempre cose nuove” ha dichiarato Marco D’Amore che ha incontrato il giovane pubblico del Giffoni Film Festival insieme a Salvatore Esposito, Cristiana Dell’Anna, Fabio De Caro, Marco Palvetti, Carmine MonacoCristina Donadio.

Il cast di Gomorra La Serie al Giffoni Film Festival

Il cast di Gomorra La Serie al Giffoni Film Festival

Genny è protagonista di una regressione, non di una crescita. Nel corso degli episodi ha vissuto un’ involuzione morale e una caduta verso l’abisso. Come attore è stata una bella sfida, capita raramente di interpretare un personaggio con così tante sfumature. Genny si è gradualmente trasformato in un assassino senza cuore, quello che i genitori volevano che fosse fin dall’inizio della prima serie” ha aggiunto Esposito, ricordando che il cuore di questa serie è lo scontro violento e continuo tra il clan dei Savastano e quello degli Scissionisti per conquistare il controllo della zona e controllare il traffico di armi e droga. Quattro registi, Stefano Sollima, Claudio Cupellini, Francesca Comencini e Claudio Giovannesi, si sono confrontati con questa visione realistica e oscura di una drammatica verità del nostro paese, collaborando con il cast per un’evoluzione emotiva dei vari personaggi.

Entrare nelle vite degli altri è il nostro mestiere. Personaggi come questi sono impegnativi per il nostro animo e li consideriamo come archetipi del male. Per Chanel io mi sono ispirata a figure come Medea o Lady Macbeth portandole a Secondigliano. Chanel rappresenta il male e l’orrore. Quando incontriamo i giovani, loro devono essere in grado di separare le cose: se mi chiedono un selfie perché apprezzano il mio lavoro come attrice ok, ma se vogliono fare il selfie con Chanel perché le attribuiscono un valore che non merita allora non approvo” ha dichiarato Cristina Donadio che interpreta il ruolo di una donna forte, un capo tra i capi che deve essere all’altezza del mondo che la circonda, prevalentemente maschile. “La sua filosofia è fare finta di non aver capito niente e poi agire” ha sottolineato l’attrice.

Chanel in Gomorra La Serie

Chanel in Gomorra La Serie

Le domande del pubblico in sala sono state numerose e hanno permesso agli ospiti di definire alcuni dei punti di forza di Gomorra La Serie che si prepara a tornare sul piccolo schermo con una terza stagione nel 2017. “Raccontiamo personaggi con un’umanità che non ha una via di uscita. Questi “animali” ammazzano, tradiscono, spacciano per finire morti o in prigione; non risolvono nulla” ha sottolineato Marco D’Amore, aggiungendo: “Noi attori non siamo contemplati nel processo di sceneggiatura, quindi ancora non sappiamo nulla della terza stagione. Io per il personaggio di Ciro mi sono ispirato a Iago, considerando Ciro come un’epigone di questo modello letterario, che tesse la tela in cui fa cadere tante persone fino a quando non viene trascinato lui stesso in quell’abisso. Questa serie ha la struttura di racconto epico, è un racconto di umanità che va oltre Napoli”.

gomorra la serie

Gomorra La Serie è stata al centro di diverse polemiche visto il tema trattato, superando i limiti sui social network dove l’attore Fabio De Caro che interpreta il violento Malammore è stato offeso e minacciato come se avesse fatto realmente gli atti criminali del suo personaggio. “Ho subito un po’ di polemiche sui social come se De Caro e Malammore fossero la stessa persona. Mi hanno addirittura chiesto di pubblicare la foto della bambina uccisa come se fosse morta davvero. Mi hanno contattato anche avvocati e poliziotti da tutto il mondo. E’ durata due tre giorni ma ora è acqua passata. Malammore non avrebbe mai potuto rifiutare un ordine di Don Pietro, e ora vedremo come va a finire, non lo so nemmeno io” ha spiegato l’attore, sottolineando la delicatezza del confine tra realtà e fantasia che per alcuni non è così chiaro come sembra. “In Gomorra non ci sono personaggi positivi o eroi. Il destino è un po’ un eroe amaro e l’unico protagonista. Perché se intraprendi questa strada il tuo destino è la morte, anche quando sei ancora vivo sei morto comunque” ha aggiunto Marco Palvetti che interpreta Salvatore Conte nella serie.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

Venezia 77 | Vinicio Capossela ci parla di “The New Gospel”, di Enzo Del Re e della lotta di classe

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Capossela Venezia 77

Vinicio Capossela è non solo la voce narrante ma anche il compositore di alcune delle musiche che compongono il nuovo film di Milo Rau, Das Neue Evangelium (The New Gospel), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori. Il regista e saggista svizzero si chiede che cosa avrebbe predicato Gesù nel XXI secolo e chi sarebbero stati i suoi discepoli? A queste domande Rau risponde mettendo in scena una “rivolta della dignità” guidata dall’attivista politico Yvan Sagnet, seguendo il modello pasoliniano de Il Vangelo Secondo Matteo.

The New Gospel | intervista a Vinicio Capossela

Capossela, che ha incontrato Milo Rau proprio a Matera nell’anno della Capitale della Cultura, la città in cui il cantautore ha ambientato il videoclip de “Il Povero Cristo” diretto da Daniele Ciprì, ha scelto la musica del cantautore pugliese Enzo Del Re come contrappunto alle immagini del film, riprendendo il riff della canzone-manifesto “Lavorare con lentezza” e la splendida “L’Organizzazione Nuova”, tratta da “Maùl”, il “white album” del cantautore molese. Nella nostra intervista Vinicio Capossela ci parla dei motivi che lo hanno indotto a scegliere la musica di Enzo Del Re per il film di Milo Rau, ma anche di lotta di classe e del Cristo di Nikos Kazantzakis.

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Cinema

Venezia 77 | Mainstream | La recensione del film di Gia Coppola

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Gia Coppola approda alla 77ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti con un film scritto e diretto da lei, intitolato Mainstream. La pellicola vanta nomi hollywoodiani noti come Andrew Garfield, Maya Hawke e Nat Wolff.

Mainstream | La sinossi del film

Un ragazzo che vive per strada trovando lavori occasionali, incontra per caso una ragazza che fa la barista e viene all’istante catturata dal suo carisma. Ne scaturisce una sequela di eventi che porterà i due a diventare parte integrante del mondo social, lui star del web lei la mente dietro all’obiettivo. Pian piano peró le cose sfuggiranno un pochino di mano e bisognerá fare i conti con l’influenza che questo personaggio tanto osannato, ha sulla nuova generazione.

Mainstream | La recensione del film


Mainstream risulta un ottimo equilibrio tra critica sociale ed intrattenimento. Gia Coppola (nipote di Francis Ford Coppola), scrive e dirige un film molto maturo e attuale che svecchia un po’ le tematiche e soprattutto la modalitá registica della zia Sofia. Maya Hawke conferma la sua sempre più professionale bravura, mentre Andrew Garfield sprigiona una potenza incredibile, 2-3 dei suoi monologhi catturano l’attenzione tenendoti incollato allo schermo e l’interpretazione in toto è impregnata di un carisma e una espressivitá degne di nota.

mainstream recensione


A livello di regia e montaggio vengono messe in scena trovate interessanti, talvolta un pochino allucinate ma originali ed intuitive. La scrittura invece è un pochino smarrita nella prima metá per poi consolidarsi nella seconda, rafforzando il contesto e concentrandosi sulle critiche. Il punto di forza più alto dell’intero film, sono appunto queste riflessioni che vengono mosse contro i social, la pericolosità che possono acquisire e l’enorme credito attribuito a questi influencer, che vengono venerati talvolta senza fondamento.


Ormai la società odierna è spesso assoggettata in maniera troppo semplicistica, copiando stili di vita e finendo per essere soggiogata al volere di icone che si credono supereroi. Il concetto viene reso bene in una scena in cui il protagonista provoca una sensazione di vera umiliazione, tramite una situazione crudele e devo ammettere che per come ci viene proposto, risulta tanto delirante quanto funzionale.
Concludo dicendo che il film per me merita di sicuro la visione, ha vari momenti di stallo o migliorabili ma nel complesso porta lo spettatore a ragionare e mettersi in discussione. Ci tengo a finire citando una frase che mostra un’ideale puro, detto quando ancora si crede nelle proprie motivazioni, magari prima di essere corrotti da altro. “Voglio fare cose, per cui la gente provi altre cose”.

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Cinema

The Book of Vision | L’apertura della Settimana della Critica è targata Malick

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Scelto per aprire la 35esima Settimana Internazionale della Critica, durante la 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Book of Vision sfoggia un nome di grande richiamo tra le sue fila. Terrence Malick è infatti tra i produttori esecutivi della pellicola, firmata da Carlo S. Hintermann, al suo debutto nel lungometraggio.

La guida, o meglio la supervisione, dell’apprezzato cineasta è ben evidente anche solo osservando il trailer del film. Ma andiamo per ordine.

The Book of Vision | L’influenza malickiana

Eva (Lotte Verbeek, Outlander) è un chirurgo che decide di interrompere la carriera per dedicarsi allo studio della storia della medicina. È così che si imbatte in un antico manoscritto, curato da un dottore della Prussia del Settecento, tale Johan Anmuth (Charles Dance, Game of Thrones). Improvvisamente la donna viene proiettata in quell’epoca e sente un legame indissolubile con coloro che conobbero il luminare.

Leggi anche: TENET | La “enoisnecer” NO SPOILER del film che fa ripartire il cinema

The Book of Vision è un’opera delicata, complessa, piena di sfaccettature. A un primo sguardo potrebbe non arrivare la mole di suggestioni e di argomenti che la compongono.

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The Book of Vision, una scena del film

Visivamente di impatto, grazie anche a questa atmosfera che rimanda alla mente lo stile malickiano, venato di una poesia impossibile da descrivere a parole, il film prende per mano lo spettatore e lo immerge via via sempre più dentro il suo universo.

La componente naturalistica, esaltata nella sua bellezza dal tappeto musicale, dà il suo enorme contributo, andando a imprimersi nella mente di chi osserva e portandolo a vivere in un limbo tra sogno, realtà, allucinazione. Proprio come capita ai personaggi, ci si trova incapaci di separare e spesso di dare un senso a ciò che ci si trova davanti.

La vita e la morte separate da un velo ma mai disgiunte

Il rosso è il colore predominante – negli abiti, nel colore dei capelli della protagonista, nel sangue, nell’arredamento: simbolo dell’energia vitale, mentale e fisica, diviene la linfa da cui tutto dipende, infondendo al tempo stesso una grande potenza alle immagini e al loro significato.

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The Book of Vision, una scena del film

La vita e la morte si (con)fondono, in un ciclo senza fine. Così la pellicola termina dopo aver compiuto il suo giro e tornando sull’inquadratura dell’apertura. Un velo separa la vita terrena dall’aldilà, e basta un semplice gesto per poter toccare chi è andato dall’altra parte ma non è morto.

La riflessione sollevata da The Book of Vision è in qualche modo debitrice a Malick e a tutta una serie di autori che si sono mossi nella stessa direzione. Certo il discorso sarebbe ampio e complesso, dal momento che in campo vengono messi numerosi elementi – l’esistenza dell’anima, le superstizioni, l’immortalità – ma la storia è interessante per altri motivi.

L’importanza dell’ascolto e della storia

In primis perché pone alla nostra attenzione un discorso non così trattato né banale, quale quello del rapporto medico-paziente. Se in passato il secondo veniva ascoltato davvero da colui a cui si rivolgeva per essere curato, nel corpo e nello spirito, questa usanza viene tutto a un tratto abbandonata.

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Il corpo umano è adesso un oggetto, un campo di gioco, le persone sono solo occasioni per nuove scoperte e sperimentazioni. Si perde l’interesse verso le storie e si porta avanti quello per gli organi. È questo che conduce Eva a capire quando e cosa è cambiato nel corso dei secoli, e perché.

Portatrice di una sorta di giustizia altra, la donna si sente chiamata in causa in prima persona, nel tentativo di riconnettere il passato con il futuro.

La maternità ha chiaramente un ruolo di primo piano nella vicenda, intrecciandosi fortemente con i personaggi femminili mostrati. A tal proposito una lode va alla Verbeek e a Isolda Dychauk (nel ruolo di Maria), splendide rappresentanti di una femminilità ormai quasi persa.

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