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Harry Potter e i doni della morte – Parte 2, la recensione

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Sei un mago, Harry”. Queste quattro parole hanno significato l’inizio dello straordinario percorso cinematografico, che da “Harry Potter e la pietra filosofale” del 2001 fino all’adattamento in due parti dell’ultimo capitolo “Harry Potter e i doni della morte” hanno dato vita al personaggio di cui il nome è diventato sinonimo di magia: Harry Potter.

Chi ancora è scettico nei riguardi della magia deve ricredersi, la vita di Joanne Rowling è la conferma del contrario. La storia della più celebre babbana d’Inghilterra è oramai nota, è parte integrante del romanzo da lei scritto, a tratti infatti, autobiografico. Il progetto di questa saga ce l’aveva in mente già da anni ma fu grazie ad un ritardo del treno che da Londra l’avrebbe portata a Manchester che nacque la sua creatura letteraria. Da quella lontana sera del 1990 nella quale iniziò la stesura delle linee guida dell’opera, dopo il susseguirsi di varie case editrici (la Bloomsbury prima per poi passare all’americana Scholastic) e di molti rifiuti, oggi, a 46 anni, da ragazza madre che viveva grazie al sussidio di disoccupazione a donna più ricca d’Inghilterra (anche più della regina Elisabetta) guadagna 7 euro al secondo e lascia in eredità al Regno Unito ed al mondo intero un’opera letteraria che già si appresta ad essere considerata un classico.

David Heyman, che nel 1997 scoprì il manoscritto della Rowling prima ancora che fosse pubblicato e che ne acquistò i diritti per trasporlo cinematograficamente, riconosce “Quando abbiamo iniziato a lavorare al primo film, non avrei mai immaginato il livello di risposta del pubblico nel corso degli anni. È andato oltre i miei sogni più audaci.” Sì perché se i 7 libri della Rowling si sono imposti tra i più venduti di tutto il globo (quasi al pari della Bibbia che con 350 mln di copie distanzia Harry Potter di soli 25 mln) anche la saga cinematografica ha battuto qualsiasi record in termini di incassi e gradimento di pubblico portando nelle casse della Warner Bros. circa 1 miliardo di dollari ad episodio. A cambiare nel tempo sono stati solo i registi (Columbus, Cuaròn, Newell e David Yates per gli ultimi quattro episodi), perché il cast sia tecnico che artistico è rimasto pressoché invariato a partire da Daniel Radcliffe che si è dimostrato il vero leader della serie riuscendo a dar volto al celebre maghetto.

Dimenticatevi le atmosfere da college americano alle quali ci eravamo affezionati nei primi due episodi di Columbus, dimenticatevi i risvolti sentimentali che aveva voluto Cuaròn e che avevano riempito le cronache rosa dei giornali di settore, o l’umorismo di Newell perchè nell’ultimo episodio della saga tutto questo impallidisce rispetto al nodo centrale del film, il combattimento tra bene e male, tra Potter e Lord Voldemort. Siamo arrivati alla fine, non solo di Hogwarts e del mondo magico ricreato dalla Rowling ma soprattutto dell’adolescenza dei personaggi che si trovano di fronte ad un grande spettro, quello dell’età adulta. Cambiano le responsabilità dei tre protagonisti e dei loro amici e cambiano i toni del film. Già dalla prima parte di Harry Potter e i doni della morte, era stato scelto infatti un nuovo direttore della fotografia, il portoghese Eduardo Serra, che era riuscito perfettamente a rendere il registro cupo delle immagini, proprie di un epilogo di quest’importanza. Avevamo lasciato Harry e co. alle prese con la morte dell’elfo Dobby e così li ritroviamo, in contemplazione sulla tomba del fedele compagno di viaggio ucciso da Bellatrix nell’episodio precedente. Ma dura poco questo incipit, ben presto la storia prende un ritmo completamente diverso catapultando i tre protagonisti ad Hogwarts e delineando i due schieramenti che si manterranno per tutto il film, da una parte Harry con amici e vecchi insegnanti di magia sempre al suo fianco, dall’altra Voldemort con il suo esercito, composto da maghi, orchi, aracnidi e creature a tratti infernali.

Steve Kloves, sceneggiatore del film dal primo episodio, ha dovuto affrontare la necessità di comprimere nell’arco delle due ore e venti della durata del film, le grandi battaglie a scapito spesse volte dei dialoghi, tagliati fuori in favore delle spettacolari scene d’azione. L’operazione ha coinvolto il team di stuntmen e la squadra degli effetti speciali (diretta sempre da Tim Burke) che hanno ricreato ed ampliato i set in maniera digitale rendendo perfettamente gli scenari apocalittici.  Con la Parte 2 si conclude quindi una delle saghe più prolifiche e sorprendenti della storia del cinema e della letteratura e forse (a mio modesto parere, da accanito fan della saga) ci saremmo aspettati un finale più in stile Harry Potter, mentre s’è lasciato probabilmente troppo spazio alle esigenze di mercato ed alle regole da blockbuster. Certo l’eco della serie non cesserà domani, con l’uscita nelle sale italiane di Harry Potter e i doni della morte – Parte 2 (due giorni prima del rilascio generale, il 15 luglio)  ma il ciclo cinematografico si conclude e staremo a vedere come Harry (Daniel Radcliffe), Hermione (Emma Watson) e Ron (Rupert Grint) sapranno tirarsi fuori dai tre personaggi che ci hanno fatto innamorare della saga, regalandoci, speriamo, altri grande prove di recitazione.

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Cinema

Addio a Kelly Preston, l’attrice moglie di John Travolta muore a 57 anni

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Kelly Preston, che è apparsa in film tra cui  Jerry Maguire, Innamorati Cronici, I Gemelli, Dal Tramonto all’Alba è morta dopo una battaglia di due anni contro il cancro al seno. Aveva 57 anni.

John Travolta, suo marito da 29 anni, ha confermato la sua morte sul suo account Instagram. “È con un cuore molto pesante che vi informo che la mia bellissima moglie Kelly ha perso la sua battaglia di due anni con il cancro al seno”, ha scritto Travolta. “Ha combattuto una coraggiosa lotta con l’amore e il sostegno di tanti. La mia famiglia e io saremo per sempre grati ai suoi dottori e infermieri presso il MD Anderson Cancer Center, tutti i centri medici che l’hanno aiutata, così come i suoi molti amici e persone care che sono state al suo fianco. L’amore e la vita di Kelly saranno sempre ricordati. Mi prenderò un po’ di tempo per essere con i miei figli che hanno perso la madre, quindi perdonatemi in anticipo se non ci sentiremo per un po’.  Tutto il mio amore, JT.

Nata Kelly Kamalelehua Smith ad Honolulu, ha cambiato il suo nome in Kelly Preston prima di assicurarsi il suo primo ruolo cinematografico nella commedia romantica del 1985 Mischief, poi è apparsa in un’altra commedia per adolescenti, L’Ammiratore Segreto.

E’ apparsa poi in I Gemelli con Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito. In Jerry Maguire ha interpretato la fidanzata di Tom Cruise Avery Bishop, quindi ha recitato al fianco di Kevin Costner in “For Love of the Game”.

Travolta e Preston si sono incontrati sul set del film del 1987 Gli esperti americani. Il duo si sarebbe successivamente sposato a Parigi nel 1991. L’attrice e filantropa è sopravvissuta a suo marito e due figli. Suo figlio Jett è morto nel 2009.

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Netflix

Stateless | La recensione della serie Netflix con Cate Blanchett

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Quattro distinte storie, quattro percorsi personali che si incrociano e intrecciano all’interno di un campo di detenzione per gli immigrati in attesa di richiesta d’asilo su suolo australiano. Una giovane donna di origini tedesche che sta fuggendo da un culto che l’aveva circuita e un rifugiato di origini afgane in cerca di ciò che rimane della sua famiglia, e poi ancora un padre di famiglia che pensava di aver trovato il lavoro perfetto e una burocrate alle prese con la complessa gestione della struttura e degli esseri umani lì reclusi.

Stateless non va per il sottile già nei primi due episodi, qui oggetto di analisi, e riporta alla mente almeno nelle fasi iniziali la struttura ad incastro che tanta fortuna diede a Alejandro González Iñárritu nella realizzazione della sua Trilogia sulla morte. In occasione dell’arrivo in esclusiva su Netflix vi portiamo alla scoperta di un progetto ricco di spunti interessanti e aperto a riflessioni quanto mai contemporanee.

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Stateless – Lo scavo del dramma

Il primo episodio in particolar modo è quello più frastagliato, con i vari tasselli che seguono le relative storyline prima di collimare definitivamente e aprire un quadro generale più esaustivo e organico. Un approccio ad alto ritmo che rischia parzialmente di introdurre troppo velocemente i personaggi e le contigue situazioni che le vedono coinvolti, con un montaggio che alterna senza continuità di sorta i vari cambi di location per esporre nel minor tempo possibile tutte le carte narrative in ballo.

Se l’intento di fondo appare già quindi lodevole, la messa in scena è invece poco omegenea e solo dalla seconda puntata si comincia a intravedere il cuore pulsante del racconto, quando la “prigione” per i richiedenti asilo diventa l’ambientazione principale. E allora ecco il via ad una manciata di flashback che riguardano il controverso personaggio di Sofie, nella ricerca di variera un’impostazione base che altrimenti potrebbe soffrire di stagnazione.

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Stateless – Spunti e potenzialità

Stateless accende i riflettori sul dramma sempre attuale inerente l’immigrazione di massa, che riguarda bene o male gran parte del mondo occidentale, e non è un caso che la vicenda sia ambientata proprio in Australia, uno dei Paesi che impone maggior restrizioni a chi varca i confini nazionali. Una serie fortemente voluta dalla produttrice Cate Blanchett, che si ritaglia anche un amiguo ma efficace ruolo secondario, proprio per porre l’attenzione sull’argomento e aprire gli occhi al grande pubblico su dinamiche spesso sconosciute all’opinione pubblica.

La storia è ispirata a quanto realmente accaduto alla cittadina di origini tedesche Cornelia Rau, detenuta in uno di questi campi per dieci mesi tra il 2004 e il 2005, con le ovvie libertà del caso per rendere il tutto più appetibile allo spettatore. Questi due episodi d’apertura garantiscono una discreta carica tensiva, con momenti toccanti ed altri spiazzanti, e un discreto contorno che mette anche a confronto le differenze sociali tra i vari angoli del pianeta, innescando al contempo elementi pronti a scatenare sviluppi interessanti nel prosieguo del racconto. Se il buongiorno si vede dal mattino, le premesse sono incoraggianti.

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Cinema

E’ stata la mano di Dio | Paolo Sorrentino scrive e dirige un nuovo film Netflix

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E' stata la mano di Dio

Il premio Oscar® Paolo Sorrentino scriverà e dirigerà E’ stata la mano di Dio per Netflix. Il film è prodotto da Lorenzo Mieli per The Apartment, del gruppo Fremantle, e da Paolo Sorrentino. Le riprese partiranno a breve a Napoli.

“Sono emozionato all’idea di tornare a girare a Napoli, vent’anni esatti dopo il mio primo film – dichiara Paolo Sorrentino – È stata la mano di Dio è, per la prima volta nella mia carriera, un film intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso. Sono felice di condividere questa avventura col produttore Lorenzo Mieli, la sua The Apartment e Netflix. La sintonia con Teresa Moneo, David Kosse e Scott Stuber – di Netflix, sul significato di questo film, è stata immediata e folgorante. Mi hanno fatto sentire a casa, una condizione ideale, perché questo film, per me, significa esattamente questo: tornare a casa”.

Dichiara Lorenzo Mieli, CEO di The Apartment: “Lavorare con Paolo è sempre un immenso piacere. Farlo questa volta, per produrre un film, mi rende ancora più felice ed emozionato. Come succede sempre, quando affrontiamo un nuovo progetto insieme, Paolo mi sorprende per la capacità che ha di sparigliare le carte e di rinnovarsi. Una capacità di guardare ostinatamente avanti che ci ha fatto trovare in Netflix – protagonista assoluto dell’innovazione – il partner ideale per affrontare insieme questo nuovo, emozionante, viaggio”.

David Kosse, Vice Presidente, International Original Film di Netflix ha aggiunto: “Sono sempre stato un grande fan di Paolo Sorrentino, quindi non appena ci è stato presentato È STATA LA MANO DI DIO, abbiamo capito che volevamo collaborare con lui e Lorenzo su questo progetto. È un onore lavorare con uno dei più grandi cineasti d’Europa e portare la sua incredibile storia al mondo”.

Scott Stuber, Head of Films, Netflix afferma: “Paolo è un autore straordinario, uno dei protagonisti del cinema mondiale. Un film personale che lo riporta a Napoli, la sua città, ed è una storia scritta splendidamente con il suo stile inconfondibile. Per costruire una grande casa di produzione, servono grandi filmmaker da ogni parte del mondo, che raccontino storie in tutte le lingue. Con la maggior parte dei nostri abbonati fuori dagli Stati Uniti, sotto la guida di David, nell’ultimo anno abbiamo sviluppato la nostra iniziativa cinematografica internazionale e non vediamo l’ora di portare la storia di Paolo e molte altre a un pubblico globale”.

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