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Intervista a Khaled Hosseini, autore de Il Cacciatore di Aquiloni e Mille Splendidi Soli

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Quando parliamo di Khaled Hosseini non possiamo non ricordare le emozioni che ci ha regalato con Il cacciatore di aquiloni (2003) e Mille splendidi soli (2007), due best seller di successo mondiale che hanno fatto conoscere al mondo i drammi vissuti in Afghanistan da donne e bambini a causa di guerre devastanti. Del primo romanzo abbiamo potuto apprezzare anche la versione cinematografica realizzata dalla casa di produzione Steven Spielberg, Dreamworks, per la regia di Marc Forster, traduzione delicata e fedele della storia narrata dallo scrittore. Una storia influenzata certamente dai ricordi di quell’infanzia vissuta a Kabul, dove il medico e scrittore afghano è nato nel 1965 e che ha lasciato nel 1970 per seguire il padre, diplomatico del Ministero degli Esteri, prima in Iran, dove ha vissuto fino al 1973, e poi a Parigi nel 1976. Nel 1980 la famiglia Hosseini chiede e ottiene asilo politico negli Stati Uniti, e Khaled rivedrà la sua Kabul soltanto 27 anni dopo, quando tornerà in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, un viaggio che lo segnerà profondamente. Di fronte a tanta povertà e desolazione decide di fare qualcosa di concreto per favorire il processo di reintegrazione di quegli 8 milioni di rifugiati costretti all’esilio in Pakistan e Iran per sfuggire al regime talebano, alla guerra e ancor prima all’invasione sovietica, e che al loro ritorno in Afghanistan non avevano più nulla, né casa, né acqua, né assistenza sanitaria, né tantomeno un lavoro.  Completamente senza voce. Così Khaled Hosseini, oltre a narrare le vicende afghane attraverso i suoi romanzi,  fa molto di più: attraverso la sua fondazione, la Khaled Hosseini Foundation, dà sostegno concreto ai rifugiati fornendo alloggi, assistenza sanitaria e istruzione e restituendo sogni e speranze a un popolo forte e tenace che, come lui stesso ci ha raccontato, non chiede l’elemosina ma vuole soltanto ricominciare a sperare in un futuro migliore dopo l’orrore della guerra.

 Come nasce la tua fondazione e in che modo sta aiutando la popolazione afghana?

La mia fondazione è stata ispirata da un viaggio che ho fatto in Afghanistan nel 2007 come inviato di Buona volontà  dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati. In quell’occasione, ho incontrato le famiglie dei rifugiati rimpatriati che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, trascorrono inverni in tende o in buche scavate sottoterra, ed i cui villaggi perdono regolarmente dai dieci ai quindici bambini ogni inverno. Sono padre anche io e sono rimasto sconvolto e affranto nel constatare una tale sofferenza. Quando sono tornato negli Stati Uniti ho deciso che volevo fare qualcosa per sostenere queste persone e per migliorare le loro condizioni di vita. I rifugiati che ho incontrato non chiedevano l’elemosina. Erano persone tenaci e intraprendenti che lavoravano duramente e desideravano ricostruire il loro paese lasciandosi l’oscuro passato alle spalle. Chiedevano soltanto di potere accedere ad alcune risorse di base, prime fra tutte un alloggio e un’istruzione, in modo da poter lavorare per realizzare sogni e speranze. L’obiettivo della mia fondazione  è quello di fornire ai gruppi più deboli in Afghanistan, donne, bambini e rifugiati, la possibilità di fare proprio questo. So che, fornendo loro alloggio e accesso all’istruzione, diamo loro la sensazione di poter gestire la loro vita e permettiamo loro di cominciare a ricostruire il loro paese a pezzi. Potete trovare maggiori informazioni sulla mia fondazione nel sito www.khaledhosseinifoundation.org.

Qual è la situazione attuale in Afghanistan in termini di sopravvivenza e di diritti umani?

Anche se ci sono molte agenzie che lavorano per rispondere alle esigenze umanitarie della popolazione afghana, le necessità sono enormi e fornire servizi senza una infrastruttura nazionale stabile e affidabile è difficile, nella migliore delle ipotesi. La realtà è che gli Afghani sono ancora disperatamente dipendenti dal sostegno della comunità internazionale per la loro sopravvivenza.

Puoi spiegarci cos’è il progetto S.O.S ?

Lo Student Outreach Shelters (SOS) è un programma che abbiamo creato per consentire agli studenti di poter cambiare le condizioni di vita dei bambini e delle famiglie in Afghanistan. Il SOS consente agli studenti di salvare vite umane, raccogliendo fondi per costruire case per le famiglie afghane, in collaborazione con l’UNHCR. Questo progetto offre anche risorse gratuite per studenti e insegnanti che leggono i miei libri in modo che possono imparare di più sulla situazione del popolo afghano e su come poterlo aiutare. Le risorse disponibili comprendono programmi scolastici standard e includono lezioni, attività, video, proiezioni di diapositive, ecc che possono essere utilizzati in parte o interamente. Potete Trovare maggiori informazioni sul programma all’indirizzo: www.sos4tkhf.com

Ci puoi raccontare la tua esperienza come inviato volontario dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR?

Nel giugno 2006, ho tenuto un discorso in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, durante la cerimonia del 20 giugno a Washington DC,  e poco dopo l’UNHCR mi ha contattato per chiedermi se ero interessato a collaborare con loro come inviato di Buona volontà. Per me è stato, per molti versi, uno strumento perfetto per qualcosa che stavo cercando di fare da molto tempo e non ho esitato nemmeno un attimo ad accettare. Da allora ho viaggiato una volta in Africa e tre volte in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, nel 2007, 2009, 2010, e  ho colto tutte le opportunità a mia disposizione per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale al dramma dei rifugiati. Considero un grande privilegio dare voce a coloro che hanno vite difficili ma un grande coraggio.

La tua fondazione vende anche prodotti artigianali, quali bracciali e borse, realizzati da donne afgane che hanno subito tragedie familiari e sostentano le loro famiglie attraverso la vendita di questi prodotti. Ancora una volta, le donne sono  protagoniste e dimostrano di avere tanta forza. Può essere considerata una forma di emancipazione, un modo per riacquistare dignità?

Io la chiamerei un piccolo passo lungo il percorso, certo. Tutto ciò che permette alla donna di provvedere a se stessa e di ottenere l’autonomia, è un passo lungo il percorso verso l’emancipazione. Offriamo una vasta gamma di prodotti artigianali realizzati da  donne afghane nei campi profughi nella parte nord occidentale del Pakistan (Baghicha, Tajabad e nei campi di Haji) per raccogliere fondi per loro e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro condizione. Le donne di cui vendiamo i manufatti, lavorano per  la ZardoziMarkets  for Afghan Artisans, una organizzazione afgana non governativa. Tutti i proventi del commercio di Zardozi vengono reinvestiti per creare ulteriori opportunità di lavoro per le circa 1.500 donne che si trovano nella loro rete. Molte di queste donne non avrebbero avuto altrimenti l’opportunità di creare reddito per se stesse e per le loro famiglie. Il reddito che realizzano permette loro di fornire cibo, medicine, opportunità educative e di soddisfare altre esigenze delle loro famiglie.

Che cosa possiamo fare per aiutare queste donne?

Certamente vi incoraggio a sostenere la donne artigiane di  Zardozi acquistando i loro prodotti attraverso il nostro sito. Il 100% dei proventi di queste vendite viene inviato direttamente alla ONG in modo che sia un po’ come essere lì ad aiutarle di persona.

Il tuo percorso di vita ti ha portato a chiedere asilo negli Stati Uniti e sei tornato in Afghanistan soltanto dopo 27 anni. Cosa era cambiato in te e nel tuo paese? Hai provato un conflitto di identità?

C’è una riga nel libro in cui Amir dice alla sua guida, “Mi sento come un turista nel mio paese.” In buona parte mi sono sentito così quando sono tornato a Kabul. Dopo tutto, ero stato via per più di un quarto di secolo. Non ero lì per la guerra contro i sovietici, per la lotta dei mujahedeen  o per i talebani. Non avevo perso gli arti a causa delle mine e non dovevo vivere in un campo profughi. Nel mio ritorno c’è stato certamente un senso di colpa per essere sopravvissuto. Da un lato, ho sentito che quel posto mi apparteneva, tutti parlavano la mia lingua e condividevano la mia cultura. Dall’altro, mi sentivo come un estraneo, un estraneo molto fortunato, ma comunque un estraneo. Naturalmente molte cose erano cambiate in Afghanistan da quando ci vivevo io da ragazzo. Gran parte di Kabul, dove sono cresciuto, era stata abbandonata o distrutta. C’è un numero impressionante di vedove, orfani e persone che hanno perso gli arti a causa delle mine e delle bombe. E naturalmente c’è un numero enorme di profughi senzatetto. Vi è anche una grande varietà di armi e ho rilevato una cultura delle armi a Kabul, cosa che non mi ricordo affatto dal 1970. Ma la cosa più sorprendente per me è stata che, nonostante le atrocità, le indicibili brutalità e le difficoltà, gli Afghani hanno sopportato, non hanno perso la loro umiltà, la loro grazia, la loro ospitalità, e il loro senso della speranza. Me ne sono andato molto impressionato dalla loro capacità di resistere. Io certamente spero di tornare ancora lì, ma al momento non ci sono piani concreti per farlo.

Dopo questo viaggio hai scritto Il cacciatore di aquiloni. Cosa è scattato dentro di te?

In realtà, avevo già scritto Il cacciatore di aquiloni prima di andare in Afghanistan nella primavera del 2003. Il cacciatore di aquiloni è iniziato come un breve racconto che ho scritto dopo aver sentito che il volo degli aquiloni era stato vietato in Afghanistan dai Talebani. Quella storia è rimasta su uno scaffale nel mio garage per un bel po’, finché mia moglie mi ha convinto che poteva essere la base di un romanzo in grado di dare un volto umano all’Afghanistan. Mai mi sarei aspettato che il libro potesse avere tanto successo e la cosa più gratificante di questo successo è che molte persone in tutto il mondo sono venute a sapere di più sull’Afghanistan rispetto a quello che si legge sui giornali o si vede nei notiziari.

Da Il cacciatore di aquiloni è stato tratto un film di altrettanto successo. Come hai vissuto questa esperienza e che rapporto hai con il cinema?

Amo la pellicola come strumento, prima di tutto. Molti scrittori hanno una sfiducia intrinseca nel considerare il film una forma d’arte, io invece no. Ho preso atto del fatto che il cinema e la letteratura siano due diverse forme d’arte e penso che un adattamento cinematografico di un romanzo deve omettere le cose che sono care allo scrittore. Nel momento in cui mi sono staccato dall’idea che tutto ciò che avevo scritto doveva essere messo sullo schermo, ho potuto gustare il processo di lavorazione del film.  Essere sul set è stata un’esperienza surreale. Scrivere un romanzo è un’impresa intensamente personale e solitaria. Il cinema è innanzitutto un processo di collaborazione. Così è stato strano vedere decine di persone che andavano in giro e cercavano di trasformare questa mia creazione molto interiore in una esperienza visiva per tutti gli altri. E stata una esperienza unica essere testimone dell’interpretazione visiva dei miei pensieri. Ammiro molto il lavoro del regista e degli attori e sono molto grato che il film sia stato realizzato.

A cosa ti ispiri quando scrivi i tuoi libri?

Mi sono ispirato, come tutti gli scrittori, a quello che ho visto, sentito e vissuto.   La fonte di ispirazione fondamentale  per i miei primi due romanzi è stata la mia conoscenza del popolo afghano, la loro tenacia, il loro sacrificio, il loro coraggio, gli ostacoli che hanno dovuto superare negli ultimi 30 anni. Nella primavera del 2003, sono andato in Afghanistan e ho parlato a molte donne a Kabul. Le loro storie di vita erano veramente strazianti. Per esempio, una donna, madre di sei figli, mi ha detto che suo marito, un vigile urbano, guadagnava  40 $ al mese ma non veniva pagato da sei mesi. Aveva preso soldi in prestito da amici e parenti per sopravvivere, ma dal momento che non riusciva a restituirli, avevano smesso di prestarglieli. E così, ogni giorno inviava i suoi figli in diverse zone di Kabul a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Ho parlato con un’altra donna che mi ha detto che una sua vicina vedova, di fronte alla prospettiva di morire di fame, ha dato da mangiare ai suoi figli le briciole di pane che erano in mezzo al veleno per topi e poi le ha mangiate anche lei. Ho incontrato una bambina che aveva il padre paralizzato dalla vita in giù per una granata. Lei e sua madre chiedevano l’elemosina per le strade di Kabul dall’alba al tramonto. Quando ho iniziato a scrivere Mille splendidi soli, mi sono ritrovato a pensare più volte a quelle donne così forti e anche se nessuna di quelle che ho incontrato a Kabul ha ispirato Laila e Mariam, le loro voci, i loro volti e le loro incredibili storie di sopravvivenza erano sempre con me, e buona parte della mia ispirazione per questo romanzo è venuta dal loro spirito collettivo.

Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, pur nella loro drammaticità, hanno emozionato il mondo per la delicatezza e la profondità con cui sono stati trattati temi dolorosi come l’infanzia violata, le rivalità etniche, la sofferenza delle donne afgane. Quando ci regalerai una nuova emozione da leggere?

Attualmente sto lavorando ad un nuovo romanzo. Mi piacerebbe potervi dire quando sarà pubblicato,  ma al momento  posso soltanto dirvi che ci sto lavorando e che riguarda l’Afghanistan.

C’è tanto desiderio di cambiamento in Afghanistan, nonostante le comprensibili difficoltà.  Vediamo la freschezza e l’energia di artisti  come i Kabul Dreams e di molti altri artisti, anche di strada. Tutto ciò  era impensabile sotto i Talebani.  I giovani, gli artisti, la cultura, riusciranno di nuovo a far volare in alto gli aquiloni?

Non ho alcun dubbio. La forza del coraggio tra i giovani afgani è davvero impressionante. C’è brama di creare, esprimere, comunicare. L’Afghanistan è fondamentalmente una nazione giovane, il che significa che quasi il 65% della nazione è sotto i 25 anni. Sono una risorsa inutilizzata. Credo ci siano modi costruttivi per coinvolgere questi giovani, come l’arte, la tecnologia, l’istruzione, il lavoro, per permettere loro di realizzare le loro potenzialità e contribuire alla ricostruzione della loro patria tormentata. Torneranno a volare gli aquiloni? Andate in Afghanistan e vedrete che volano già.

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Curon | Intervista al regista Fabio Mollo: “Tutti cerchiamo di addomesticare il nostro istinto animale”

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Dal 10 giugno è arrivata su Netflix Curon, la nuova serie tv italiana ambientata in un suggestivo paese dell’Alto Adige, noto per un campanile del 1500 che sorge nel mezzo di un lago. Fabio Mollo e Lyda Patitucci si alternano alla regia di sette episodi di un’ora l’uno per raccontare una storia che unisce leggenda, dramma, mistery e fantasy. Valeria Bilello è una giovane mamma che si trasferisce a Curon, suo paese natale, con i due figli adolescenti, per fuggire da un marito violento. Vorrebbero costruirsi una nuova vita lontano dal caos di Milano, ma Curon nasconde segreti pericolosi e il tema del doppio è al centro della sceneggiatura, attivando dinamiche thriller horror soprannaturale, molto ambiziose per un prodotto seriale made in Italy.

Dopo Il Sud è Niente e Il Padre d’Italia, Fabio Mollo si misura con una serie tv e abbiamo avuto il piacere di parlare con lui di questo progetto che arriva al pubblico in tempi di pandemia.

Come è andato il periodo di lockdown?

E’ stato un periodo molto confuso, ma mi ha molto colpito il popolo italiano come ha reagito, in modo unitario, con solidarietà. Nonostante tensioni e grandi difficoltà c’è stata collaborazione tra le zone meno colpite e quelle più colpite. Abbiamo subito tutti le conseguenze, lavoratori dello spettacolo e non. Non smetterò mai di ringraziare i medici, i volontari e le forze dell’ordine, ma anche i commessi delle farmacie e dei supermercati che ci hanno permesso di stare a casa e al sicuro. Piano piano stiamo andando avanti e sono contento.

Come sei stato coinvolto in questo progetto? 

Mi è arrivata la sceneggiatura per le mani. Gli sceneggiatori capitanati da Ezio Abbate avevano scritto una Bibbia di tutta la serie e sono rimasto colpito. Era tanto tempo che volevo fare un prodotto di genere, sono un grande fan del cinema di genere, soprattutto quando questo unisce una grande attenzione per i personaggi con un approfondimento drammatico.  Abbiamo iniziato le riprese 12 mesi fa e ora la serie è già pronta e disponibile su Netflix; è stato un viaggio velocissimo, intenso, difficilissimo, ma anche divertentissimo.

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Fabio Mollo

Il paesaggio suggestivo di Curon colpisce molto e fa da cornice a tutta la serie. Sembra un ambiente fantasy e molti lo hanno scoprendo per la prima volta in questi giorni. Pensi che la serie possa aiutare a rivalutare il territorio?

Certo, è molto bello quando succede di riscoprire l’Italia che ha un tesoro paesaggistico e culturale incredibile. Ci sono molti luoghi magari meno noti e meno visti rispetto alle grandi città d’arte che abbiamo, e il cinema e la tv ti permettono di scoprire dei gioielli che abbiamo in Italia. Curon paese, il lago e la valle hanno già un buon turismo, ma sarebbe molto bello se la serie avvicinasse nuovi tipi di turisti. 

Che sensazioni hai provato quando sei stato a Curon per la prima volta?

Questo racconto parte proprio dal lago e dal campanile per la creazione del mistero e dell’atmosfera, ma trovarsi lì e vedere il lago per la prima volta è tutta un’altra storia. Ha permesso a me e Lyda Patitucci – che firma la regia con me – di ispirarci e creare un racconto che potesse immergerci letteralmente in questo lago. Ricordo che quando abbiamo fatto i sopralluoghi, nonostante fosse Maggio, improvvisamente ha iniziato a nevicare forte e il paesaggio si è ricoperto di neve e mi ha fatto pensare al fatto che ci sono posti nel mondo dove l’uomo rappresenta una piccolissima parte rispetto alla natura e non può controllarla, ma è giusto così. 

Di fatto in Curon abbiamo provato a raccontare la natura in modo nitido, perché i personaggi della serie sono in lotta con loro stessi, con il loro istinto animale, naturale, perché ognuno di noi ha una parte istintiva che cerca di addomesticare, come il lupo di Curon o come il lago stesso che è contenuto da una diga. Indiana e Netflix hanno fatto uno sforzo produttivo molto grande permettendoci di girare sempre nelle location vere. Anche fisicamente è stata dura, perché abbiamo lavorato a 2000 metri di altezza, molto spesso sotto 0, sotto 2 metri di neve, è stato impegnativo. Abbiamo rischiato di congelare qualche attore qua e là.

Come vi siete coordinati per la regia doppia?

In realtà da un punto di vista schematico io ho girato i primi 4 episodi e Lyda gli ultimi 3, ma in fondo abbiamo lavorato gomito a gomito, passamontagna a passamontagna, per tutta la serie. C’è stato uno scambio, una collaborazione… la cosa bella del cinema è anche il lavoro di squadra secondo me. Curon per noi è stata una grande sperimentazione; abbiamo provato a fare qualcosa che in Italia ancora non era stato fatto. Un racconto di genere ma ogni tanto non si prende sul serio, vuole spaventare, incuriosire, creare mistero, ma anche farti sorridere, divertire. L’intrattenimento era la cosa principale.

Hai accennato prima alla natura duale dei personaggi, che si trovano a fare i conti con il loro sosia cattivo. Al cinema è stato spesso affrontato il tema del doppelganger, come in Us di Jordan Peele o in Twin Peaks e il cinema di David Lynch. Vi siete ispirati a qualche film o serie del passato?

Io e Lyda siamo entrambi cinefili e molto nerd. Abbiamo passato giorni a elencare film a tema. Poi certo hai delle references ma poi c’era una velocità da seguire e delle risorse diverse a disposizione. Siamo partiti da Twin Peaks anche per creare questa comunità fatta da pochi personaggi molto caratterizzati e dal paese stesso che, con la sua storia e la sua atmosfera, è forse il vero protagonista. Poi La Donna che visse due Volte di Hitchcock, Us, It Follows, ma anche Lyda stessa spesso cita horror italiano di cui è grande fan. Per me anche Shyamalan con The Village è stato un riferimento.

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Come hai lavorato con il cast?

Sono fiero e contento del cast, si è creata una famiglia. A me piace molto lavorare con gli attori, anche alle prime esperienze e in Curon ce ne sono tanti, soprattutto tra i giovani. Poco prima delle riprese abbiamo proprio preso una palestra dove loro hanno fatto delle prove con delle coach. Poi si sono uniti gli adulti, Valeria Bilello, Anna Ferzetti e gli altri e si è creata una squadra affiatata.

Nella serie c’è una forte connotazione religiosa, come nella casa del personaggio di Anna Ferzetti e nei vari rituali che si svolgono nel paese. Cosa puoi dirmi a tale proposito?

Parlando di questa parte nascosta di noi stessa, di questa ombra che tutti noi abbiamo e cerchiamo di addomesticare dal punto di vista morale e psicoanalitico, lo facciamo attraverso la società e la religione. Per reprimere l’istinto animale la religione è uno degli strumenti che l’uomo usa maggiormente. Poi iconograficamente è qualcosa molto vicino alla realtà che stavamo raccontando ed è una realtà che conosco bene personalmente. Sono calabrese e ho avuto un’adolescenza molto vicina alla Chiesa; la religione e i simboli erano un modo per me di capire il comportamento dell’uomo e mi ha fatto piacere ritrovarli e inserirli qui. 

Abbiamo incluso anche due santi patroni di Curon che sono di finzione, Cosma e Damiano che sono identici e si specchiano perché ricordavano i gemelli del racconto. Poi io ho un cuore sacro di Gesù tatuato sul polpaccio e anche nei miei film precedenti c’è sempre un richiamo a quella iconografia passionale.

Quali sono stati i problemi con il freddo sul set?

Dopo 10-12 ore nel freddo di notte anche i neuroni si congelano e non lavorano nel modo giusto. Quindi fisicamente ti fa perdere lucidità e ti dà stanchezza e spossatezza, però anche per un attore fisicamente è limitante perché se un attore sta tremando lo vedi in macchina e nella voce. Il cast non si è risparmiato mai, quindi li ringrazio davvero. 

Il paesaggio così suggestivo permette di inserire il soprannaturale nel quotidiano.

Io sono cresciuto leggendo Gabriel García Márquez e mi è sempre piaciuto il realismo magico. In fondo il mistery è una forma di realismo magico più dark in un certo senso e per questo nella mia cultura c’è questa visione. La convivenza di chi non è più con noi, credere a figure leggendarie, che non tutto quello che esiste è visibile, fa parte della mia cultura e della letteratura che mi sono nutrito da ragazzo e secondo me il cinema è proprio quella convivenza con le ombre, con un mondo magico fatto di misteri. 

Alcuni sosia cattivi hanno un cuore

Sì alcune ombre sono comunque parte di noi e di conseguenza hanno delle emozioni, si innamorano, soffrono, amano, piangono. Non attaccano e basta e l’intenzione era di dare un lato umano anche a loro. Fa parte di questa voglia che dicevo prima di unire al genere la voglia di raccontare l’essere umano. 

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Netflix e Amazon ci hanno salvato la vita in quarantena, ma molti hanno nostalgia della sala. Cosa ne pensi di questa riapertura dei cinema il 15 giugno?

Io faccio parte di una generazione che è passata dalla pellicola al digitale e negli anni passati abbiamo faticato a trovare spazio per esprimerci ed è bello che ora ci sia più spazio come le piattaforme streaming come Netflix per questa opportunità. 

Netflix e gli altri comunque ci terranno compagnia con e senza i cinema aperti; sono due esperienze diverse di fruizione del prodotto, ma si completano, una non esclude l’altra. Ma spero anche io che riaprano i cinema il prima possibile anche perché mi fa strano che sono stati riaperti molti luoghi come luoghi di culto, centri commerciali, negozi, ma non ancora luoghi della cultura. Ci lavorano delle persone e quindi c’è bisogno di riaprirli anche come attività commerciale. L’intrattenimento è cultura: si possono rispettare le regole e riaprire. Prima del lockdown ho visto Volevo Nascondermi, un film bellissimo, ma l’ho visto con le uscite regolamentate, a distanza e quindi si potrebbe fare così. 

Come utente Netflix quali serie ti piacciono?

Ho gusti molto eclettici, da Mindhunter a The Crown, Marianne, Chambers, Luna Nera, Summertime, Suburra, mi piacciono molto i documentari seriali e non, ho visto Hollywood di recente perché mi piace Ryan Murphy. Vorrei scoprire di più le serie romantiche, le ho viste poche  per casualità.

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Can Yaman

Daydreamer – Le ali del sogno | Davide Albano è il doppiatore di CeyCey

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È ufficiale: le serie tv turche ormai hanno conquistato l’Italia non solo attraverso il web, ma anche in televisione. Questa ‘storia d’amore italo-turca’ iniziata con Cherry Season – La stagione del cuore con Özge Gürel e Serkan Çayoğlu, sta continuando a crescere di anno in anno grazie a Can Yaman, ormai definito il turco dal cuore italiano, visto l’affetto che prova per l’Italia. La notizia rilasciata dal doppiatore Daniele Giuliani in esclusiva per NewsCinema riguardo l’arrivo di Daydreamer – Le ali del sogno a metà giugno su Canale 5 ha smosso diverse curiosità tra le fan. Una su tutte: “Ma chi sarà a doppiare il simpatico e particolare CeyCey?”. Alla luce di questa richiesta, NewsCinema è riuscita a contattare e intervistare in esclusiva per voi, proprio colui che dal 10 giugno su Canale5 presterà la voce all’attore Anıl Çelik, ovvero il doppiatore Davide Albano.

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Davide Albano

Davide Albano, la voce italiana di Cey Cey in Daydreamer – Le ali del sogno

Noto per aver doppiato tantissimi videogiochi, serie tv come Il Trono di Spade, precisamente il personaggio di  Theon Greyjoy (Alfie Allen) e il vampiro Jasper Cullen (Jackson Rathbone) nella saga Twilight, per Albano non è la prima volta che si cimenta con le serie tv turche. Lo scorso anno avete avuto modo di ascoltare la sua voce in Bitter Sweet – Ingredienti d’amore con Can YamanÖzge Gürel. Sua era la voce del personaggio di Deniz Kaya, interpretato da Hakan Kurtaş, il pacato musicista (aspetto in comune con il doppiatore, componente del Black and Blue Radio) innamorato di Nazli. Ora che ha smesso i panni di Deniz, come si sarà approcciato al ruolo del vulcanico Cey Cey? Ecco cosa ha risposto alle nostre domande.

Intervista al doppiatore Davide Albano

Classe 1980, Davide Albano è tra i nomi più noti nel mondo del doppiaggio, vi basterà leggere o meglio ascoltare la sua voce per individuare in quale film e serie tv avete avuto modo di sentirlo, oltre alle due esperienze citate poc’anzi. Per cercare di accontentare tutte le fan della serie, di Can Yaman e ovviamente di Cey Cey ecco cosa ha risposto alle nostre domande. Cengiz Özdemir conosciuto con il diminutivo di Cey Cey è l’anima comica di Daydreamer – Le ali del sogno, è l’amico che tutte vorrebbero avere. Simpatico, premuroso, sempre pronto a sostenere i suoi amici, viene puntualmente scelto come confidente di segreti inconfessabili, che gli provocano solo ansia e stress. Sicuramente chi non ha avuto modo di vedere la serie in lingua originale, si innamorerà di Cey Cey, dei suoi outfit e delle sue espressioni facciali.

Ciao Davide! Cosa ti ha spinto a voler intraprendere la carriera di doppiatore?

“Non ho mai pensato: ora faccio il doppiatore. Ho cominciato facendo radio, studiando dizione. Dalla dizione sono passato al teatro e da lì mi si è aperto un mondo. Il doppiaggio è una parte del mestiere dell’attore. È quella parte un po’ più in ombra (per certi versi simile al mondo radiofonico che mi piace) che per ora è quella che mi si addice e mi coinvolge di più. Ma non va dimenticato che il doppiatore è un attore. Parte tutto da lì.”

Tra i tanti attori che hai doppiato, ce n’è uno al quale sei particolarmente legato? C’è un attore che non hai ancora avuto modo di doppiare? E c’è n’è uno a cui vorresti prestare la tua voce?

“Nel doppiaggio passi da un attore all’altro, da un prodotto all’altro, con tempi molto veloci. A volte non hai tanto tempo per affezionarti ad un personaggio. Soprattutto con i ritmi lavorativi dettati dai tempi moderni. Posso dirti che Dexter di One Day è uno dei ricordi più belli legati alla mia esperienza lavorativa. Ce ne sono anche molti altri: tutto ciò che incontri nel tuo percorso artistico contribuisce a formarti e a legarsi ai ricordi, in qualche modo. Anche per questo la recitazione regala emozioni che pochi altri mestieri regalano. Mi piacerebbe interpretare un protagonista in un film Pixar o un supereroe, una rockstar o un sopravvissuto in un film di zombie.”

Leggendo il tuo curriculum hai trovato più difficoltà nel doppiare film, serie tv o videogiochi?

“Non ci sono lavori più facili. Dipende anche da ciò che ti appassiona di più. Certo è che, per motivi prettamente tecnici, il doppiaggio dei videogiochi può risultare, a volte, un po’ ripetitivo. E questo magari lo rende più difficile rispetto al resto. Ma, ripeto, dipende. È molto soggettivo.”

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Anıl Çelik nei panni di Cey Cey

L’esperienza di Davide Albano come doppiatore di Cey Cey in Daydreamer – Le ali del sogno

Finalmente abbiamo scoperto la voce di uno dei personaggi più amati di tutta la serie Erkenci Kuş ovvero Daydreamer – Le ali del sogno. Cosa hai pensato la prima volta che hai avuto modo di vedere Cey Cey?

“Ho pensato a quanto fosse strano è bizzarro. È mi è sembrato subito divertente da affrontare dal punto di vista professionale. Non il solito personaggio da telenovelas.”

Vedendo la serie che idea di sei fatto del personaggio di Cey Cey?

“Non posso dire nulla a riguardo, rischierei di spoilerare qualcosa e rovinare la sorpresa. Posso solo dire che mi diverto molto.”

Una differenza sostanziale tra le produzioni turche e quelle ad esempio americane è rappresentata dallo stile recitativo dei diversi attori. Un esempio è l’utilizzo di una maggiore gestualità nel parlare, proprio tipica del personaggio di Cey Cey. Come sei riuscito ad articolare la tua voce ai loro movimenti?

-“Non è un discorso di voce ma di approccio alla recitazione. Una recitazione ricca di gesti e mimica facciale implica per forza un’esagerazione nell’interpretazione. Con la difficoltà di non dover esagerare per non rischiare di ‘scollarsi’ (termine tecnico che indica il non aderire vocalmente al personaggio da doppiare). È anche la cosa divertente di questo tipo di lavorazione: poter esplorare modi di recitare che solitamente non si affrontano, provando ad ampliare la propria capacità espressiva (sempre nel rispetto del lavoro originale, questo è ovvio). La qualità ‘ del risultato poi…la si vedrà’ in onda. Spero di aver fatto un buon lavoro.”

Domanda Jolly: Ti pongo questa domande che le tante fan della serie vorrebbero sapere. Per quanto riguarda le canzoni inserite all’interno di Daydreamer, puoi dirci se sono state mantenute uguali oppure hanno subito delle modifiche o sostituite?

-“Per quanto riguarda le canzoni non so dirti. Certo è che il turco è una lingua difficile e questo va tenuto in considerazione anche perché c’è sempre il rispetto del lavoro originale. Per il resto, rimando la risposta a  quando la serie andrà in onda.”

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Intervista ad Alberto Malanchino | Dopo DOC – Nelle tue Mani una nuova serie su Netflix

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In questi giorni di quarantena proviamo a raggiungere i protagonisti del grande e piccolo schermo, telefonicamente o attraverso i social. Alberto Malanchino ha accettato il nostro invito per un’intervista in diretta Instagram, pochi giorni dopo la fine della prima parte della prima stagione della fiction Rai, DOC – Nelle Tue Mani, in cui interpreta il dottor Gabriel Kidane al fianco di Luca Argentero, Matilde Gioli, Sara Lazzaro, Pierpaolo Spollon.

Nato a Cernusco sul Naviglio, Malanchino è in parte italiano in parte africano, del Burkina Faso. Colpisce subito la sua spontaneità e solarità anche in un momento difficile come questo in cui siamo tutti costretti a casa a causa di una brutale pandemia. “Tutto bene dai, faccio tanto sport, guardo serie tv e ho ripreso a suonare il basso elettrico. Poi sto ascoltando tantissima musica e sto scoprendo artisti che non conoscevo; è un’epifania perchè a volte ti fossilizzi sugli stessi artisti e lo stesso genere, invece è bello avere il tempo di esplorare” ha detto in collegamento da Roma.

Il 29 Aprile lo vedremo anche in una serie tv Netflix intitolata Summertime, prodotta da Cattleya e liberamente ispirata al romanzo di Federico Moccia, Tre Metri sopra il Cielo. Ecco cosa ci ha raccontato Malanchino di questa esperienza, di DOC – Nelle Tue Mani tra le corsie di un ospedale, del suo percorso attoriale e delle sue speranze per il futuro. E anche qualche sogno nel cassetto, come scrivere una sceneggiatura e lavorare con Ron Howard.

Hai fatto qualche maratona Netflix in questa quarantena?

Ho ripreso la serie Mad Man di qualche anno fa, l’avevo lasciata a metà.

Doc – Nelle Tue Mani ha fatto ottimi ascolti ed è andata in onda in un periodo “purtroppo” perfetto. Che esperienza è stata per te?

Fantastica. Avevo fatto altre serie, ma in DOC ho avuto l’opportunità di passare molto tempo con il mio personaggio e di viverlo in ogni episodio. Siamo cresciuti letteralmente insieme e ci siamo presi per mano in un certo senso. Quindi è stata un’esperienza forte e costruttiva, anche con tutti gli altri membri del cast. Siamo rimasti tutti molto stupiti dallo share. Sapevamo che stavano facendo qualcosa di molto bello, ma tutta questa fiducia da parte del pubblico a casa è stata incredibile, un bel regalo. Abbiamo iniziato a girare lo scorso Settembre in tempi non sospetti e poi è arrivato il coronavirus. Nessuno poteva immaginare.

DOC Nelle tue mani

Alberto Malanchino in DOC – Nelle Tue Mani

Come ti sei preparato per interpretare un medico? 

Sono la generazione di Scrubs e sono innamoratissimo di quella serie. Ci sono alcune cose che fanno parte della tua memoria. Anche il Doctor House lo guardavo mentre andavo alle superiori. Quindi avevo questi riferimenti, ma non ho voluto affrontare il personaggio ricalcando alcune cose già fatte, per non rischiare di proporre una cosa già vista e poco originale, quindi ho fatto un altro tipo di percorso.

La produzione Lux ci ha dato la possibilità di fare un piccolo training in ospedale al Policlinico Gemelli di Roma e lì abbiamo guardato come lavoravano il Professor Landolfi e la dottoressa Barbara Fossati insieme ai loro team e ai tirocinanti. Abbiamo studiato come interagivano tra di loro e con i pazienti e questo è stato il vero primo approccio. Ti rendi conto di cosa vuol dire essere un dottore, la responsabilità enorme. Devi avere il controllo di tutto quello che succede e dare retta intanto ai pazienti. Quindi non può mancare la professionalità ma anche l’umanità.

Come descriveresti il tuo personaggio Gabriel? Vivrà un’evoluzione nel corso della serie?

Il personaggio di Gabriel si comincia un po’ a scoprire negli ultimi episodi andati in onda, rispetto alle prime puntate. E’ una persona molto professionale e dedita al lavoro, ma ha questo passato molto buio e burrascoso. Ha origini etiopi, ma è cresciuto in Italia e, andando avanti nella serie, il suo conflitto interiore diventa sempre più prepotente. Ci saranno dei cambiamenti nella sua vita e vi regalerà tante emozioni. Ci sarà questo matrimonio annunciato di cui però non posso dire niente.

Ho notato nelle prime puntate che Gabriel è riservato e trattenuto per quanto riguarda le relazioni. Sembra difficile per lui aprirsi emotivamente?

Sì questa cosa viene dal suo essere professionale, è un professionista e questo distacco gli è stato insegnato in un certo senso. Lui è uno specializzando senior e ha conosciuto Andrea Fanti in un momento in cui Andrea Fanti era un uomo tremendo. E poi ha avuto un’infanzia molto particolare, è venuto in Italia e ha dovuto costruirsi una vita. Quando racconta la sua storia a Fanti gli dice di essere stato incarcerato in Libia nei lager libici. Quando ti interfacci con una cultura che non è la tua devi avere tanto rispetto e riuscire a trovare punti in comune.

malanchino Doc

Hai qualcosa in comune con Gabriel?

Io sono per metà del Burkina Faso, mia mamma è del Burkina Faso e sono cresciuto con una doppia cultura. Quella più predominante è quella italiana però anche la cultura burkinabè è in parte franco-africana, quindi un po’ francese e un po’ araba per le colonizzazioni e questa cosa ti permette di avere una mente più aperta quando affronti personaggi come Gabriel. Per me è importante capire le cose in comune con il personaggio quando leggo un copione, per poi giocare con le cose che invece sono lontane da te.

Cosa hai imparato facendo DOC – Nelle Tue Mani?

Ho conosciuto molto medici, molti ci hanno affiancato sul set e per loro era fondamentale il discorso dell’empatia. Molti di loro dicevano che il rischio peggiore di questo mestiere è non dimostrare empatia; non la perdi ma nell’abitudine e routine quotidiana o per salvaguardare la tua persona può passare in secondo piano. Questo mi ha colpito molto.

Cosa hai imparato da Gabriel?

La possibilità di lasciarsi andare. Tante cose che lui fa io non le avrei fatte nella mia vita. Però mi ha fatto da specchio e mi ha dato la possibilità di capire quante volte uno trattiene delle emozioni o ha paura di aprirsi con le persone che lo circondano e quanto questo atto di fiducia a volte ripaga.

Da piccolo sognavi di fare l’attore o altro?

Tantissime cose, dal poliziotto all’astronauta, il cantante, il bassista internazionale… Ho studiato ragioneria ma volevo fare l’alberghiero. Non me lo hanno permesso e alla fine forse è andata bene. Ma pensandoci avrei voluto tanto fare il cuoco.

Quando è scoppiato l’amore per la recitazione?

A 18 anni ho avuto un’epifania. Facevo uno stage in un’azienda dove compilavo moduli e mi stavo odiando, non mi piaceva per niente, era estate e avevo tre debiti a scuola. Ma mia mamma è una grande cinefila e fin da piccolo mi ha fatto vedere tantissimi film. A 5 anni avevo già visto tutti i Vhs de La Piovra, Il Padrino, Cyrano de Bergerac, tutti i film di Jim Carrey.

Poi mi incuriosiva che tutti gli attori parlassero in italiano perchè da piccolo non capivo cosa fosse il doppiaggio. Quindi uno dei grandi amori è stato il doppiaggio. Poi tutto è partito dalle recite a scuola, che erano l’unico momento in cui mi concentravo perchè per il resto ero una capra a scuola. Lo sport e la recitazione invece andavano bene. Al liceo una nostra insegnante di diritto ci portò a vedere a teatro Le allegre comari di Windsor e ho pensato che quella fosse la mia strada che “volevo morire su un palcoscenico“.

Il 29 Aprile arriva su Netflix Summertime. Cosa ci puoi dire di questo progetto e del tuo personaggio in questa nuova serie?

Io mi chiamo Anthony e sono il papà delle protagoniste. Un papà giovane che hanno provato a stagionare in fase di trucco. Sono un trombettista e altro non posso dire purtroppo. Comunque è un bel progetto e credo sia una grande sfida di Netflix Italia nei confronti del mondo perchè sarà disponibile in 190 paesi e non vedo l’ora di sentirmi doppiato in giapponese.

Quando ho visto il trailer volevo piangere perchè era estate quando abbiamo girato e ora ci stiamo sognando un’estate normale.

Il tuo rapporto con i social?

Io sono cresciuto con i Vhs e mi sento ancora molto analogico ma sto imparando. Mi farò aiutare dalle mie cugine più piccole. E’ giusto che ci siano altri modi di trasmettere le proprie opinioni e comunicare. Lo trovo molto utile perchè hai anche un feedback immediato con le persone che ti guardano. Anche se a volte ho la sensazione che questo essere sempre iperconnessi bruci un po’ i tempi: si vive molto il momento come se poi le cose avessero meno valore l’attimo dopo.

Malanchino Easy Leaving

Alberto Malanchino nel film Easy Leaving

Come attore hai un modello di riferimento?

Denzel Washington mi piace molto, e Cillian Murphy. Come italiano Pierfrancesco Favino.

Come hai lavorato con Luca Argentero per DOC – Nelle Tue Mani?

Luca è un grande, ha sempre portato buonumore sul set, non ci sono stati mai momenti di tensione, abbiamo parlato molto delle scene. E poi il rapporto era anche fuori dal set, c’era sempre un momento per le battute e gli scherzi…io gli facevo il verso con l’accento piemontese.

Un ruolo che vorresti fare in futuro?

Mi piacerebbe fare un cattivo per esplorare la zona d’ombra dell’attore.

Un sogno nel cassetto?

Sicuramente continuare a fare l’attore e poi scrivere una sceneggiatura. Ho buttato già un soggetto con una mia amica e siamo ancora in fase di studio e analisi, ma mi piacerebbe che un giorno diventasse qualcosa di concreto.

E il tuo rapporto con il cinema? Se non sbaglio hai recitato nel film Easy Leaving che però doveva uscire proprio in questo periodo ed è stato sfortunato?

Lo devono distribuire, è andato al Torino Film Festival e ci sono stati riscontri positivi. Si tratta del mio primo film e sono anche co-protagonista. Sono Elvis,  un migrante che deve attraversare il confine tra Mentone e Ventimiglia perchè in Francia, a Parigi, c’è la sua compagna con il figlio. I registi hanno giocato molto sull’amicizia, ovvero su cosa sei disposto a fare per aiutare un amico, piuttosto che puntare sul tema dell’immigrazione. Resta leggero e auto ironico come film, ma è anche toccante e sentimentale.

Continuando a pensare al cinema con quale regista ti piacerebbe lavorare?

Virzì, Marco Tullio Giordana e Ron Howard. Punto in alto, ma se uno deve sognare meglio farlo bene.

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