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Cinema

Nasce Infinity Lab per finanziare nuovi talenti creativi dietro le quinte

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Infinity è il servizio di streaming on demand italiano che offre un ricchissimo catalogo di film, cartoni, serie tv, programmi e fiction, da guardare senza interruzioni pubblicitarie. Si può vedere su qualsiasi dispositivo abilitato che abbia una connessione internet, in viaggio, a casa o in fila alla posta. Tuttavia Infinity si impegna anche nello scoprire e promuovere nuovi talenti italiani dietro la macchina da presa, e per questo è nato Infinity Lab, il primo hub italiano di co-finanziamento in crowdfunding per i progetti audiovisivi.

Con questa nuova realtà sarà possibile individuare e premiare il talento di registi, videomaker, autori e sceneggiatori che non hanno la possibilità di vedere realizzati i loro progetti e le loro storie. Infinity si propone di co-finanziare documentari, inchieste, reportage, docu-fiction e distribuirli sulla propria piattaforma di streaming. Infinity Lab diventerà pertanto una specie di incubatore di nuove storie, di idee e di competenze per registi, videomaker, autori e sceneggiatori. Chiunque voglia raccontare una storia originale attraverso il linguaggio immediato e coinvolgente del cinema e ottenere un co-finanziamento da parte di Infinity, può presentare il proprio progetto all’interno del Network Infinity LAB su Produzioni dal Basso. Le candidature vanno inoltrate sul form presente alla pagina infinitylab.produzionidalbasso.com e i progetti più meritevoli che raccoglieranno in crowdfunding il 50% del budget complessivo, saranno cofinanziati da Infinity per il restante 50% e distribuiti sulla piattaforma. Per avere chance di essere selezionati occorre presentare storie inedite, raccontandole nel dettaglio.

Di seguito potete vedere i trailer di due progetti co-finanziati da Infinity Lab.

Trailer Alè

Trailer Pugni Chiusi

Si tratta di una iniziativa propositiva e intelligente che valorizza il talento individuale e aiuta anche il cinema e la televisione made in Italy ad accogliere nuovi professionisti in grado di fare grandi cose in futuro. Come Netflix e Amazon che producono film e serie tv originali, puntando però soprattutto su grandi nomi, Infinity sceglie il ruolo di talent scout puntando sui giovani che hanno bisogno di sostegno e fiducia.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

Wolfwalkers | perché quello di Cartoon Saloon è il miglior film animato del 2020

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Presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival, Wolfwalkers è il film animato che, a sei anni di distanza dal suggestivo La canzone del mare, conclude la trilogia di Cartoon Saloon dedicata al folklore irlandese. Ecco perché il film di a Tomm Moore e Ross Stewart è, ad oggi, il miglior cartone animato del 2020. Il film arriverà ad ottobre su AppleTV+ anche in Italia.

Wolfwalkers | il miglior film animato del 2020

La collocazione temporale del film, così come il contesto storico nel quale si svolge la narrazione, è l’elemento che determina e guida le decisioni stilistiche di Wolfwalkers. Ambientato nel 1650, anno dell’assedio di Kilkenny, cioè il passo decisivo di Oliver Cromwell verso la definitiva conquista dell’Irlanda, il cartone animato di Cartoon Saloon sceglie di ispirarsi all’iconografia anti-irlandese dei pamphlet britannici dell’epoca, quelli che giustificano l’avanzata del generale inglese per “domare” la popolazione locale e annientare la Chiesa cattolica. Quei pamphlet venivano realizzati a quel tempo attraverso la tecnica della stampa con blocchi di legno, che avveniva per impressione, con l’inchiostro che si depositava sul foglio per mezzo di matrici sulle quali venivano praticate delle incisioni. 

Proprio ispirandosi all’imprecisione di quella metodo arcaico di stampa, che spesso determinava una fuoriuscita del colore dalle guide della matrice, Tomm Moore e Ross Stewart mettono in scena una Kilkenny imperfetta, strabordante, incapace di rimanere all’interno dei confini del suo disegno. Una città che è la stampa imperfetta di se stessa, costantemente traslata e fuori asse. Prendendo atto del rifiuto di Cromwell per i colori (le sue truppe, arrivate in Irlanda, distrussero molte delle vetrate colorate delle chiese), i due decidono di utilizzare per la città una tavolozza dalle tonalità spente e cupe, in contrapposizione all’immagine (invece organica e “precisa”) della foresta acquerellata in cui vivono i lupi.

Un tratto che muta

Gli animali del film sembrano cambiare aspetto quando la protagonista Robyn capisce di non doverne avere paura (prima stilizzati, praticamente ombre che si muovono sullo sfondo o addirittura acqua che scorre come un torrente tra gli alberi, poi progressivamente sempre più dettagliati e caratterizzati nelle loro espressioni). Il tratto del disegno cambia nel momento in cui vi è una presa di coscienza improvvisa o quando il punto di vista sulle cose viene ribaltato.

wolfwalkers

Così anche Robyn, inizialmente un bozzetto di se stessa, comincia ad arricchirsi di linee (le fossette degli occhi) e particolari (il rosa delle guance) man mano che prende consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità. Il corpo delle wolfwalkers (figure a metà tra l’art nouveau e l’immaginario femminile di Fellini) si contrappone nella sua geometria ai profili delle case di Kilkenny e agli spigoli che ne costituiscono l’impianto architettonico (che invece si riflette sulla fisionomia dei suoi residenti).

Disegno a mano e progettazione digitale

Riprendendo la fortunata formula dei precedenti film della trilogia, anche Wolfwalkers fonde l’animismo tipico dell’animazione giapponese con il gusto per la letteratura accidentale (in questo caso le Piccole Donne di Louisa May Alcott) e con la narrazione cinematografica fondata dai classici Disney. Tomm Moore e Ross Stewart sperimentano con i formati (passando dal 4:3 al widescreen) e gli split screen per dare ritmo al racconto, amplificando un determinato avvenimento o rendendolo visivamente centrale. Con l’animatore Eimhinn McNamara, i due hanno lavorato alla visione tridimensionale dei lupi, costruendo gli ambienti con la realtà virtuale per poi stamparli ed usarli come riferimento per replicare il tutto su carta con matita e carboncino: il risultato finale è fatto a mano, ma la progettazione è per la prima volta tutta digitale.

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Sto pensando di finirla qui | la recensione del nuovo film di Charlie Kaufman

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Da Charlie Kaufman, lo sceneggiatore di Essere John Malkovich e Se mi lasci ti cancello, arriva una disperata ode alle vite mai vissute. Sto pensando di finirla qui è disponibile su Netflix. La nostra recensione.

Sto pensando di finirla qui | la recensione

È la prima volta che Charlie Kaufman utilizza la sua scrittura strana e fondata sulle sue personali idiosincrasie non tanto per creare un senso di commedia, ma per incutere paura nello spettatore. Paura non tanto per ciò che può accadere (o per ciò che accade), ma per ciò che si può finire per provare in termini di emozioni e sentimenti verso determinate situazioni o verso determinate persone. Dopo trenta minuti passati in macchina, tra discussioni e dialoghi serrati che cercano di approfondire e chiarire chi sono i due protagonisti, cosa pensano e cosa sta accadendo tra di loro, la coppia arriva a casa di lui, dove per la prima volta lei farà conoscenza dei suoi genitori (ma ovviamente, come dice il titolo, lei è tutt’altro che entusiasta, dal momento che sta pensando di troncare la relazione). 

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In quella casa ci sarà una misteriosa porta di uno scantinato completamente rovinata dai graffi, due genitori preoccupanti per il loro modo di comportarsi e un cane che prima sembra addirittura non esistere e poi improvvisamente si materializza davanti agli occhi dei protagonisti: tutti elementi da film di tensione (il riferimento è Scappa – Get Out) che vengono messi a frutto per arrivare ad un traguardo completamente diverso. Lo scantinato di Sto pensando di finirla qui diventa quindi la scatola blu di Mulholland Drive, l’elemento della narrazione che ne determina il definitivo capovolgimento. 

Il lavoro sugli attori

Eppure, nonostante gli ambienti abbiano una rilevanza cruciale all’interno della narrazione, Kaufman lavora tantissimo sugli attori. Toni Collette e David Thewlis sono ovviamente quelli le cui interpretazioni sono le più “fragorose” ed evidenti, quelle che scalciano per imporsi sulle altre, ma più passa il tempo e più ci si accorge che in realtà sono Jesse Plemons e Jessie Buckley la vere rivelazioni del film. 

Se di Plemons conoscevano la bravura e la capacità di centellinare gesti e movimenti (che già aveva mostrato in Game Night), eccezionale nel fare poco per dire tanto, è invece lei a portare su schermo una bellezza ed una capacità attrattiva fuori dai canoni usuali, ma funzionale a ciò che deve rappresentare nella storia: un’attrazione costruita attraverso la scelta di espressioni decisive e non basata sui semplici tratti somatici che possiede. Ascoltiamo i dialoghi dei due fidanzati, li sentiamo parlare del più e del meno e così impariamo a conoscerli: Plemons sembra un po’ sciocco ma in fondo premuroso, invece lei è più dinamica, costantemente scissa tra desiderio e paura.

Il tramontare della vita possibile 

Come nei migliori film di Kaufman, anche di Sto pensando di finirla qui si può scrivere tantissimo senza effettivamente svelare nulla della trama, perché il suo cuore non è mai negli eventi, ma piuttosto in tutte quelle sensazioni che il suo autore riesce ad evocare tramite situazioni limite, momenti agghiaccianti e rivelazioni. La vera novità stavolta è che il film non contiene una risposta chiara alle sue domande, ma si pone come un’opera da capire, elaborare e digerire nei giorni successivi alla visione.

Basta la scena del balletto (la più classica e abusata delle astrazioni cinematografiche) per capire quanto bene lavori il film sotto traccia: è una scena che non solo commuove, ma si impone come l’unica maniera possibile per rappresentare al meglio la disperazione che accompagna la consapevolezza che la vita vissuta distrugge tutte le altre possibili, quelle migliori che potevano avvenire e non sono avvenute. 

Sto pensando di finirla qui | la recensione del nuovo film di Charlie Kaufman
4.0 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Jake Gyllenhaal e i ricordi sulla lavorazione di Donnie Darko

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Jake Gyllenhaal è stato uno degli ultimi ospiti del podcast Team Deakins, condotto da Roger Deakins – di cui è molto amico – e dalla moglie James Ellis, e proprio in tale occasione ha svelato qualche ricordo circa la lavorazione di Donnie Darko.

Jake Gyllenhaal si svela al Team Deakins

L’attore si è infatti soffermato nel raccontare alcuni aneddoti riguardanti i progetti a cui ha preso parte, tra cui anche una misteriosa collaborazione niente meno che con Denis Villeneuve (regista di opere quali Blade Runner 2049, Arrival e l’attesissimo Dune).

Leggi anche: Jake Gyllenhaal | l’attore è pronto ad interpretare Dan Mallory in una serie tv

Sostenuto anche dal rapporto che ha con Deakins, Gyllenhaal si è sentito libero di ripercorrere alcune della tappe fondamentali della sua carriera, che lo hanno condotto a diventare una delle star di Hollywood. Per esempio Cielo d’ottobre viene indicato come uno dei suoi momenti cardine, dal momento che si è trattato di un film lontano dai classici stereotipi e ancora oggi analizzato e considerato per la qualità della fattura e i temi trattati.

All’epoca Jake prediligeva la parte della scrittura alla recitazione in sè e per sè, volendo seguire le orme materne – ricordiamo che la sorella di Jake è Maggie Gyllenhaal, altra presenza nota nel mondo del cinema, mentre il padre Stephen è un regista affermato e la madre Naomi Foner una sceneggiatrice di successo.

Donnie Darko | La svolta e l’ingresso nel firmamento hollywoodiano

Lo stare sul set sembra gli mettesse addosso una pressione difficile da gestire, in parte risolta solo di recente con un cambio di agente, poco prima dell’inizio delle riprese di Prisoners. All’epoca di Donnie Darko infatti venne lanciato nell’Olimpo di Hollywood senza essere realmente preparato. La pellicola, inizialmente bistrattata, divenne presto un cult.

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Jake Gyllenhaal in Donnie Darko

“In quel tempo ero decisamente smarrito. E come succede spesso tante grandi cose bussano alla tua porta in un modo che sembra tanto destino. C’era un altro attore che doveva interpretare la parte di Donnie fino a due mesi prima dell’avvio delle riprese. Io sono entrato nel cast solo due mesi prima dell’inizio. Mi ricordo di avere letto la sceneggiatura mentre soffrivo per i miei problemi, per la mia ansia e la mia tristezza. Avevo fatto due anni di college e non sentivo che quello era il posto per me.”

Leggi anche: 10 cose che (forse) non sapete su Jake Gyllenhaal

“Ero tornato a Los Angeles, dove ero cresciuto, i miei si erano trsferiti dopo la mia partenza. Avevano preso una casa più piccola a Hollywood. Anche mia sorella era tornata a casa e non c’era abbastanza posto […] Ricordo di avere letto la sceneggiatura e di aver pensato “io mi sento proprio così!”. Non mi sentivo schizofrenico, ma completamente perso nella mia vita cercando di capire come essere un adulto”.

Donnie Darko si è così rivelato una fortuna per Gyllenhaal, che ha trovato un modo di esprimersi e delle persone che lo hanno saputo indirizzare, ascoltare, supportare. Tra il senso di libertà e quello di intimità provati sul set è riuscito a dare sfogo ai suoi demoni personali e a rintracciare la sua strada da seguire.

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