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“Sulla Strada di Casa”, recensione e conferenza stampa

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Presentato questa mattina a Roma, “Sulla Strada di Casa” è il primo lungometraggio del regista romano Emiliano Corapi, classe ’70, che già da anni si era fatto conoscere nell’ambiente per svariati cortometraggi come “La Storia Chiusa”, “Marta con la A” e per “Raffinati”, puntata pilota per la serie tv del 2009 con Renato Marchetti e Sergio Fiorentini. Il thriller segue le vicende di Alberto (Vinicio Marchioni), un piccolo imprenditore ligure in difficoltà, che per salvare la propria azienda, inizia a fare il corriere per una potente organizzazione criminale. Alla moglie (Donatella Finocchiaro) che lo ama e ha sempre apprezzato la sua onestà, l’uomo nasconde i motivi reali dei viaggi. Finché l’arrivo di un altro gruppo di malviventi, interessati al nuovo carico illecito che sta per trasportare, non lo costringe a pagare il prezzo della sua scelta portandolo ad incontrarsi/scontrarsi con un altro uomo, Sergio (Daniele Liotti), intento nello stesso affare. Un tema classico ma comunque attuale che si sviluppa su due binari apparentemente contrapposti, attraverso i quali il bene e il male tendono spesso a confondersi.

Film a carattere fortemente indipendente, nel quale ritroviamo anche Fabrizio Rongione (nei panni del capo dei banditi), Massimo Popolizio (il Boss) ed la partecipazione di Claudia Pandolfi nei panni di Simona, moglie di Sergio. È stato realizzato con non più di 300mila euro e senza il sostegno dei canonici Rai Cinema e Ministero dei Beni Culturali, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore per tutti i suoi 83’ minuti, resistendo egregiamente nello stile, in bilico però tra il film di genere e punte di natura drammatica, nella quale il regista (e sceneggiatore) ha voluto entrare in profondità nei personaggi, analizzandone background e retroscena. Un’opera prima non facile da trovare nel panorama del cinema italiano, sicuramente di qualità, un prodotto trasversale che uscirà, il prossimo 3 febbraio, in una ventina di copie nel Circuito Cinema.

Il trailer ufficiale:

 

 

Andrea Petrozzi (produttore, Marvin Film): il film è completamente indipendente, è costato meno di 300mila euro. Prima di iniziare abbiamo chiesto agli organi preposti i finanziamenti ma non sono arrivati, né dal ministero né da Rai Cinema, in entrambi i casi, per quanto sia stato apprezzato ed ha ricevuto un punteggio alto, si è posizionato dietro quei film che non hanno ricevuto finanziamenti.

Come è nato il progetto? È stato presentato a qualche festival?

Emiliano Corapi: il film è andato a tantissimi festival, sia italiani che internazionali. Ha vinto il premio della giuria a Annecy dove Vinicio ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile. il film nasce da un articolo di giornale letto tanto tempo fa nel quale la criminalità organizzata si organizzasse mediante corrieri, la cosa che mi ha colpito era il fatto che le persone interessate non fossero criminali ma si ritrovassero immischiati in casi gravi come questo. È stato un progetto rimasto a lungo nel cassetto ed ho avuto il tempo necessario per elaborarlo. Volevo fare un film di tensione che non fosse puramente di genere, volevo raccontare anche la drammaticità ed anche la vicenda profondamente umana che ho voluto mettere in scena. il tipo di film che mi interessava di più doveva avere uno spessore drammatico. il messaggio è quello dell’avere la necessità di rimanere integri, tema sfruttato molto in letteratura e cinema ma mi sembrava molto attuale specialmente nel periodo che stiamo vivendo nel quale ci troviamo a fare scelte sbagliate che molto spesso non rispecchiano quello che siamo. fare le scelte corrette sta diventando sempre troppo poco conveniente, faticoso e penalizzante, come capita ad Alberto, che non adotta escamotage e paradossalmente si trova proprio per questo a fare un salto del fossato per così dire, molto più grave rispetto a quello che avrebbe potuto fare nella sua azienda. è una storia di persone che si trovano ad affrontare delle scelte in un momento di difficoltà e che poi dovranno far fronte ad un disastro enorme.

Come è riuscito a mischiare le due anime del film, quella di genere e quello a tematica drammatico/sociale?

Emiliano Corapi: l’aspetto drammatico da forza anche all’aspetto della tensione del film. la rappresentazione evade i canoni tipici del film di gemere ma ho preferito seguire questa linea per mischiare i due aspetti, le due tematiche.

Perché la scelta del ligure?

Emiliano Corapi: Il personaggio doveva essere del nord, in quanto il racconto verte su un viaggio andata e ritorno. pensavo che lui dovesse tornare ed andare più su rispetto alla propria abitazione, quindi la Liguria capitava ad hoc.

Cosa pensa del cinema di genere in Italia? Ad esempio è uscito in questi giorni ACAB in questi giorni che è andato molto bene.

Emiliano Corapi: io ho detto che non funzionano a mio avviso i film che non sono puramente di genere, ad esempio ACAB va oltre l’aspetto del poliziesco, anzi affronta una tematica molto importante. intendevo dire che un film di pura tensione come può essere sviluppato in America, non farebbe successo. ecco perché ho voluto legare l’aspetto del poliziesco con il tema drammatico. ho fatto un film di genere quindi non direi assolutamente questo ma per questo mio primo lungo ho scelto una strada diversa.

Come vi è venuto in mente questo intreccio dei due protagonisti?

Emiliano Corapi: nel racconto l’avvicendamento tra i due personaggi è l’aspetto principale del film, nel momento in cui Alberto viene ucciso dall’altro corriere, scopriamo il background del secondo protagonista, rivelando che vivono un dramma comune, ecco che entrano in scena molti significati. quello che poi riesce a compiere un gesto di riscatto, lo fa non solo perché ha ucciso un uomo ma perché vuole riscattarsi, riscattare la propria vita per continuare a sopravvivere. ha sempre fatto scelte che l’hanno portato al margine e nel momento peggiore tenta di recuperare qualcosa di sé, questo è il senso del gesto che fa.

Daniele Liotti: Quello che mi ha colpito del personaggio è proprio la frustrazione che lo contraddistingue. un personaggio che sta facendo un viaggio. Alberto potrebbe essere quasi una proiezione di Sergio, ed in lui vede il prossimo passo, quello che non vuole compiere, la situazione alla quale non vuole arrivare. L’impatto con la realtà ovviamente gli arriva con l’omicidio, gesto estremo che non può recuperare ma almeno tenta, da persona comune che ha sbagliato strada, di recuperare sé e la sua famiglia.

Ho letto in rete che è uscito un articolo sul film sull’Hollywood reporter in cui si diceva che il plot è pressoché perfetto e che sarebbe ottimo per un remake, avete ricevuto qualche proposta?

Andrea Petrozzi (produttore, Marvin Film): in realtà è andata che il film è stato visto a Montreal, è uscito questo articolo sull’H R ed in effetti siamo stati contattati da una produzione americana per i diritti di remake ma siamo ancora in attesa.

Per Marchioni. Nell’interpretazione c’è lo sforzo di scomparire per far comparire l’italiano medio, protagonista del film, è stato impegnativo per lei?

Vinicio Marchioni: Sì in effetti c’è stato un grande lavoro sia su questo, sia sull’inflessione ligure che doveva caratterizzare il personaggio. Quando Emiliano mi ha detto di farlo ligure mi ha un po’ spiazzato. Da questa cosa che vedevo come una cosa di una difficoltà enorme ho iniziato lo studio e mi sono reso conto che quell’inflessione era un inizio per affrontare il personaggio. 

La storia per voi rappresenta la crisi dell’uomo o quanto l’uomo possa riscattarsi da una situazione al limite, come quella in cui si ritrovano i protagonisti?

Emiliano Corapi: Io credo che quando si fa un film lo scopo principale è quello di arrivare ad un buon prodotto. I contenuti che devono stare dentro una storia sono un elemento ma non credo sia il punto di partenza. Quando uno fa un film usa dei temi e se riesce a svilupparli in una maniera migliore è già un buon risultato. Per me raccontare una storia che possa essere emozionante è già un buon obbiettivo.

Vinicio Marchioni: Mi ha colpito il fatto che questa è una storia di due persone assolutamente normali. Di uno si sa un pochino di più, del suo background, di quello interpretato da daniele si sa molto meno anche a livello di scrittura e questa cosa mi sembra enorme a livello di sceneggiatura, nei film ultimamente si dice tutto, si descrive alla perfezione. Si racconta una piccolissima parte dei due protagonisti principalmente per introdurre lo spettatore a mettere del suo. Tutto questo sostenuto da una cifra irrisoria, di 300mila euro, una cosa incredibile, un dato di fatto in un periodo come questo. Sono tutte motivazioni per cui sono orgoglioso di avere fatto questo film.

Daniele Liotti: è stato difficilissimo far partire questo film, noi attori ci siamo dedicati con tutti noi stessi ottenendo un semplice rimborso spese. Ma è un’impresa impossibile in Italia fare un film del genere, se non ci si rivolge ai soliti quattro che muovono il settore nel nostro Paese. Questa prendetela come una provocazione.

Vinicio Marchioni: questo film è fatto su persone normali. Con pochissimo si racconta di un uomo che è arrivato al limite, costretto da tante disgrazie a buttarsi in questo risvolto. Non è poi così tanto lontano da noi.

Daniele Liotti: il mio personaggio vive al ciglio della paura, mentre quello di Vinicio ci arriva in un crescendo, lui è già consapevole della situazione in cui si ritrova. La storia ha il merito di tenere incollato lo spettatore alla sedia e senza tutti quegli effetti speciali che contraddistinguono le grandi produzioni, bensì con i pochi soldi che avevamo a disposizione. Questo traspare la buona volontà di tutti quanti di voler tirare fuori un prodotto di qualità come questo.

 

 

 

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Cinema

Il corto Eyes al Nuovo Cinema Aquila di Roma il 28 Gennaio

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Martedì 28 Gennaio alle 21.30 al Nuovo Cinema Aquila Mimmo Calopresti presenta il corto ‘Eyes’ , in testa al suo ‘Aspromonte-la terra degli ultimi’. A grande richiesta torna nella sala del Pigneto il film indipendente campione d’incassi: tutti i martedì del mese ‘Aspromonte-La terra degli ultimi’ verrà presentato dall’autore e preceduto da un cortometraggio selezionato da Calopresti stesso. Il 28/1 sarà il turno di ‘Eyes’ di Maria Laura Moraci.

‘Eyes’ è stato scritto, diretto e autoprodotto a 23 anni da Maria Laura Moraci, che è anche una delle 9 protagoniste; ha la fotografia del Maestro Daniele Ciprì e la color di Andrea Baracca (Red). Ha due tematiche centrali: violenza sulla donna e indifferenza. La sua particolarità è quella di avere 28 attori su 30 che recitano con gli occhi chiusi proprio come metafora del guardare le cose senza vederle veramente. Il corto è infatti dedicato a Niccolò Ciatti e a tutte le altre vittime dell’Indifferenza. Il corto di Maria Laura Moraci da Maggio 2018 è stato selezionato in oltre 55 festival e ha vinto 23 premi, tra cui: i Corti D’Argento nella sezione “Società e Solidarietà”, Miglior Corto al Roma Web Fest, un premio al Campidoglio e un premio offerto dalla Sony all’Ischia Film Festival.

SINOSSI

Personaggi di diversa età, etnia ed estrazione sociale sono ingabbiati in una società frenetica incline alla violenza e al consumismo. In scena 30 attori, di cui 28 ad occhi chiusi per indicare l’indifferenza e la superficialità che ci trascinano sempre più a guardare senza vedere veramente. Aspromonte – La terra degli ultimi è ambientato ad Africo, un paesino arroccato nell’Aspromonte calabrese, negli anni ’50, dove una donna muore di parto perché il dottore non riesce ad arrivare in tempo perché non esiste una strada di collegamento. Gli uomini, esasperati dallo stato di abbandono, vanno a protestare dal prefetto. Ottengono la promessa di un medico, ma nel frattempo, capeggiati da Peppe, decidono di unirsi e costruire loro stessi una strada. Tutti, compresi i bambini, abbandonano le occupazioni abituali per realizzare l’opera. Dichiara il regista Mimmo Calopresti: «Il Sud è da sempre luogo geografico e luogo dell’anima. Inferno e paradiso, cronaca e favola. Così è questo film. Africo è in Europa, e ci ricorda cosa, solo un secolo fa, poteva essere la nostra terra, ma in quanto Sud assomiglia nei suoi sogni e nelle sue sconfitte, più che al nostro continente, a tutti i luoghi ai margini del mondo. Ancora vivi, ancora presenti, ancora disperatamente alla ricerca di un futuro, alle porte dell’Europa.»

Aspromonte – La terra degli ultimi diretto da Mimmo Calopresti vede nel cast Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Francesco Colella, Marco Leonardi e con Sergio Rubini. È una produzione IIF – Italian International Film – società di Lucisano Media Group – con Rai Cinema, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano, con il contributo di Regione Calabria e Calabria Film Commission; scritto da Mimmo Calopresti con Monica Zapelli, già autrice de I cento passi, con la collaborazione di Fulvio Lucisano, tratto dall’opera letteraria di Pietro Criaco Via dall’Aspromonte (Rubbettino Editore). Il film è distribuito da IIF – Italian International Film dal 21 novembre.

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Cinema

Libera Uscita, via al crowdfunding per il nuovo corto di Michele Saia

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Il 25 Novembre 2019 parte la campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari a produrre LIBERA USCITA, il nuovo cortometraggio scritto e diretto da Michele Saia. Dopo IO NON HO MAI, Saia racconta come i sentimenti, l’amore e la sessualità possono essere vissuti in maniera del tutto differente e come spesso ci si sofferma troppo poco a riflettere sulle conseguenza delle nostre azioni.

Sinossi Ufficiale: 1997, Pietro e Francesco vivono in un convitto, lontano dalle proprie famiglie. Pietro si trova lì per motivi di studio mentre Francesco per tentare una carriera da calciatore. La timidezza impedisce a Pietro di vivere appieno le esperienze tipiche della sua età. Al contrario Francesco, bello, sicuro di se e fortemente competitivo, vive con grande determinazione ogni situazione. Poi c’è Ramona che comprenderà a sue spese che il sentimento che prova per Francesco non è ricambiato, in un contesto sociale capace di tessere quella visione stereotipata dei generi che distorce la realtà e spesso sfocia nella violenza.

LIBERA USCITA mostra come la violenza sulle donne viene argomentata in due maniere (dagli uomini ma spesso anche dalle stesse donne): “normalizzata”, quando non si ha la percezione della gravità delle proprie azione e si minimizza o “romanticizzata”, quando si giustificano le proprie azione con un amore distorto, una contorta premura, così da rendere tutto ammissibile.

Ambientare questa storia a fine anni ‘90 è una scelta ben precisa che ha permesso di prendere le distanze da un argomento oggi tanto dibattuto. L’idea di creare dibattito sul film è l’obiettivo primario di questo lavoro che non ha intenzione di portare avanti una denuncia, ma si limita a offrire degli spunti di riflessione che ognuno può tradurre in base al suo paradigma. 

Per aiutare il progetto e contribuire alla produzione basta cliccare qui e fare la propria offerta, ognuno in base alle proprie possibilità.

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Cinema

Io non ho mai, la recensione del cortometraggio di Michele Saia

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L’opera prima di Michele Saia, cortometraggio dal titolo Io non ho mai, è innanzitutto un racconto di fisici giovanili e corpi che si muovono nello spazio. Rispettando la tradizione dei film per ragazzi avviata di Rob Reiner, anche il protagonista del corto di Saia dovrà fuggire da altri ragazzi che lo vogliono acchiappare, dovrà saltare, cadere e correre per mettersi al riparo. Sarà lui ad insegnare suo fratello più grande, un ragazzone imponente e grosso ma affetto da ritardo mentale, ad andare in bici nonostante la contrarietà della loro madre. Anche in questo caso, quindi, l’emancipazione passerà attraverso l’utilizzo del proprio corpo, la capacità di coordinazione e l’attività fisica.

È come se il corpo fosse lo strumento attraverso il quale i ragazzini esprimono le loro aspirazioni e i loro sentimenti. Non a caso, quindi, anche la ragazza di cui il protagonista è innamorato sarà caratterizzata innanzitutto da un segno sul viso e questo “difetto” estetico ne determinerà la personalità. Ancora una volta è il corpo che viene prima di tutto il resto. La conosceremo prima attraverso la sua faccia e solo successivamente attraverso le sue parole e le sue intenzioni. 

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Saia, laureato con lode in grafica d’arte e progettazione, sembra ragionare come un regista di cartoni animati. Grazie alla precisa e dettagliata progettazione delle inquadrature, basata sull’utilizzo dello storyboard, ogni scena di Io non ho mai sembra avere alla base un’idea visiva prima ancora che di scrittura. Il modo in cui la macchina da presa si avvicina ai personaggi, invadendo la loro intimità, per poi allontanarsi, come a volerli osservare da lontano senza intromettersi nelle vicende, suggeriscono una consapevolezza ben precisa di voler narrare innanzitutto attraverso le immagini e solo successivamente attraverso i dialoghi e le azioni. Saia utilizza quindi tutti gli elementi propri del mezzo cinematografico per compiere una intelligente sintesi di ciò che vuole veicolare attraverso il racconto.

Così ad esempio il sound design, utilizzato brillantemente per interferire con il realismo delle scene, per suggerire la presenza di qualcosa che non possiamo vedere o per amplificare ed estremizzare i rumori dell’ambiente in cui si svolge l’azione, sembra quasi mettere in discussione la veridicità di ciò che stiamo osservando. Si tratta di un’avventura reale o del ricordo nostalgico, per definizione “manomesso”, di un evento verificatosi nel passato? Questa aleatorietà del racconto, questa vaghezza ricercata, sottolineata dal fatto di non aver dato un nome al ragazzo di cui si narra, contribuisce all’astrazione della vicenda specifica che viene messa in scena e aiuta a rendere universale la condizione di un giovane protagonista alla ricerca di un proprio posto nel mondo e di un modo “giusto” di relazionarsi con gli altri (ma anche con se stesso).

Saia riesce a fare tutto questo senza rinunciare alla ricercatezza formale e al gusto estetico (il “rifugio” dei due ragazzi è un piccolo gioiello andersoniano) e allo stesso tempo riuscendo a trasmettere un genuino senso di avventura, conferendo dinamismo alle scene attraverso i momenti degli attori e quelli della macchina da presa. I protagonisti di Io non ho mai veicolano attraverso la loro presenza scenica le loro ansie e i loro desideri più sopiti. Ogni loro gesto, anche quello apparentemente meno spiegabile, ci rivela qualcosa di loro che prima non sapevamo. E il “vagabondaggio” del giovane protagonista avviene in uno spazio molto più ampio e indefinito di quanto possa essere quello di un piccolo paese di provincia. Un territorio inesplorato ancora da conquistare, un passo alla volta. Da soli o, preferibilmente, assieme alle persone giuste. 

IO NON HO MAI – trailer – from Michele Saia on Vimeo.

Photo Credit: Barbara Tucci e Gianluca Scerni

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