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Vittorio Storaro al Bif&st: “Non mi piace la definizione di direttore della fotografia”

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Il d.o.p. americano John Bailey, famoso per aver collaborato con Paul Schrader, Walter Hill e Sam Raimi, definì Il Conformista di Bernardo Bertolucci, con l’incredibile fotografia di Vittorio Storaro, “il film che gli cambiò la vita e lo convinse a fare del cinema il suo mestiere”. Da questo aneddoto è facilmente comprensibile l’importanza che quel capolavoro del 1970 riveste ancora oggi nella storia del cinema e nella vita del “cinematographer” Storaro, ospite dell’edizione 2018 del Bif&st – Bari International Film Festival.

Quello stesso film folgorò Francis Ford Coppola al New York Film Festival, tanto da convincere il regista de Il Padrino a contattare Storaro per pensare insieme quello che poi sarebbe diventato Apocalypse Now. “Coppola mi disse: devi leggere Cuore di Tenebra“, racconta Storaro. “Ed io leggendolo capii che ciò che aveva in mente Francis non era un semplice film di guerra, ma qualcosa di più. In quella occasione sperimentai un nuovo modo di sovrapporre la luce artificiale a quella naturale del set”.

Ma quello di Storaro con Francis Ford Coppola è un legame che prosegue ancora oggi. “La prima volta che mi raggiunse telefonicamente Woody Allen sentì l’urgenza di avvisare Francis. Mi rispose: Vittorio, sono molto contento per te, perché Woody Allen è il più grande regista vivente che abbiamo in America”. Un’affermazione importante che Storaro ha potuto verificare di persona in questi ultimi anni: “In Cafè Society, nonostante dovessimo aderire al classicismo tipico dell’ambientazione anni ’40 del film, le parole di Allen mi suggerivano un ritmo diverso, dettato proprio dalla musicalità dei suoi scritti”.

 

Ma per ovvie ragioni la carriera di quello che oggi è uno dei “cinematographer” più conosciuti ed apprezzati del mondo è indissolubilmente legata a quella di Bernardo Bertolucci, che proprio al Bif&st riceverà il Fellini Platinum Award. “Bernardo scrive le immagini con la cinepresa: i suoi movimenti di macchina sono davvero personali”, spiega Storaro. “L’altro regista che lavora in questa maniera è Carlos Saura. Ma lui raggiunge la composizione ideale della scena seguendo la sua passata esperienza da fotografo, mentre Bertolucci ci arriva grazie alla poesia”. La collaborazione con Bertolucci, cominciata quando i due erano ancora giovanissimi, ha permesso a Vittorio Storaro anche di conoscere l’ultima vera star hollywoodiana: Marlon Brando, protagonista del loro Ultimo Tango a Parigi.

Una delle scene nello script iniziale del film recitava: Ferragosto, Parigi deserta, un uomo cammina per la strada. E invece Marlon ci chiese sei mesi di tempo prima di cominciare a girare. Quindi il film si spostò in inverno, per mia fortuna ! All’epoca non conoscevo ancora il significato dei colori. Avevo sperimentato il blu ne Il Conformista e stavo per sperimentare l’arancio in Ultimo Tango a Parigi, ma sempre guidato dall’emozione e non ancora dalla conoscenza. Una grande importanza nella scelta la ricoprì Francis Bacon (i cui quadri compaiono nei titoli di testa del film, ndr), le cui opere ci spinsero a sperimentare delle riprese con vetro martellato per richiamare i suoi primi piani scomposti”.

Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi costruì il personaggio di Paul insieme a Bertolucci durante tutto il periodo della sua permanenza sul set. Ma per Apocalypse Now fu diverso”, racconta Storaro. “Brando arrivò quando già i due terzi del film erano stati girati, quindi dovevamo pensare ad un modo per farlo entrare in scena così tardi. Io diedi la possibilità a Brando di decidere cosa mostrare e cosa nascondere del suo volto, quando rendersi visibile e quando no, concedendogli nella scena un solo spiraglio di luce nel quale comparire. Brando era un genio e si dimostrò tale anche in quella occasione”.

A 77 anni Vittorio Storaro (che da poco ha ultimato il lavoro sul prossimo film di Woody Allen, A rainy day in New York) è un fiume in piena. “Chi esercita la mia professione viene definito cinematographer in inglese, ovvero un grafo, uno scrittore. Gli americani poi hanno scelto il termine director of photography: ma non possono esserci due directors sul set, due registi. Rinunciando a questa definizione mostro il mio rispetto per il regista, ma molti di quelli con cui ho lavorato non l’hanno capito e hanno pensato ad un vezzo da egocentrico nel definirmi come autore della fotografia cinematografica”, spiega divertito l’artista romano. “Si prosegue sempre nella ricerca e il tempo che ho a disposizione fra un lavoro ed il successivo lo dedico all’approfondimento: mi piace l’idea di essere rimasto sempre uno studente”.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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Cinema

Venezia 77 | Vinicio Capossela ci parla di “The New Gospel”, di Enzo Del Re e della lotta di classe

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Capossela Venezia 77

Vinicio Capossela è non solo la voce narrante ma anche il compositore di alcune delle musiche che compongono il nuovo film di Milo Rau, Das Neue Evangelium (The New Gospel), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori. Il regista e saggista svizzero si chiede che cosa avrebbe predicato Gesù nel XXI secolo e chi sarebbero stati i suoi discepoli? A queste domande Rau risponde mettendo in scena una “rivolta della dignità” guidata dall’attivista politico Yvan Sagnet, seguendo il modello pasoliniano de Il Vangelo Secondo Matteo.

The New Gospel | intervista a Vinicio Capossela

Capossela, che ha incontrato Milo Rau proprio a Matera nell’anno della Capitale della Cultura, la città in cui il cantautore ha ambientato il videoclip de “Il Povero Cristo” diretto da Daniele Ciprì, ha scelto la musica del cantautore pugliese Enzo Del Re come contrappunto alle immagini del film, riprendendo il riff della canzone-manifesto “Lavorare con lentezza” e la splendida “L’Organizzazione Nuova”, tratta da “Maùl”, il “white album” del cantautore molese. Nella nostra intervista Vinicio Capossela ci parla dei motivi che lo hanno indotto a scegliere la musica di Enzo Del Re per il film di Milo Rau, ma anche di lotta di classe e del Cristo di Nikos Kazantzakis.

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Cinema

Venezia 77 | Mainstream | La recensione del film di Gia Coppola

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Gia Coppola approda alla 77ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti con un film scritto e diretto da lei, intitolato Mainstream. La pellicola vanta nomi hollywoodiani noti come Andrew Garfield, Maya Hawke e Nat Wolff.

Mainstream | La sinossi del film

Un ragazzo che vive per strada trovando lavori occasionali, incontra per caso una ragazza che fa la barista e viene all’istante catturata dal suo carisma. Ne scaturisce una sequela di eventi che porterà i due a diventare parte integrante del mondo social, lui star del web lei la mente dietro all’obiettivo. Pian piano peró le cose sfuggiranno un pochino di mano e bisognerá fare i conti con l’influenza che questo personaggio tanto osannato, ha sulla nuova generazione.

Mainstream | La recensione del film


Mainstream risulta un ottimo equilibrio tra critica sociale ed intrattenimento. Gia Coppola (nipote di Francis Ford Coppola), scrive e dirige un film molto maturo e attuale che svecchia un po’ le tematiche e soprattutto la modalitá registica della zia Sofia. Maya Hawke conferma la sua sempre più professionale bravura, mentre Andrew Garfield sprigiona una potenza incredibile, 2-3 dei suoi monologhi catturano l’attenzione tenendoti incollato allo schermo e l’interpretazione in toto è impregnata di un carisma e una espressivitá degne di nota.

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A livello di regia e montaggio vengono messe in scena trovate interessanti, talvolta un pochino allucinate ma originali ed intuitive. La scrittura invece è un pochino smarrita nella prima metá per poi consolidarsi nella seconda, rafforzando il contesto e concentrandosi sulle critiche. Il punto di forza più alto dell’intero film, sono appunto queste riflessioni che vengono mosse contro i social, la pericolosità che possono acquisire e l’enorme credito attribuito a questi influencer, che vengono venerati talvolta senza fondamento.


Ormai la società odierna è spesso assoggettata in maniera troppo semplicistica, copiando stili di vita e finendo per essere soggiogata al volere di icone che si credono supereroi. Il concetto viene reso bene in una scena in cui il protagonista provoca una sensazione di vera umiliazione, tramite una situazione crudele e devo ammettere che per come ci viene proposto, risulta tanto delirante quanto funzionale.
Concludo dicendo che il film per me merita di sicuro la visione, ha vari momenti di stallo o migliorabili ma nel complesso porta lo spettatore a ragionare e mettersi in discussione. Ci tengo a finire citando una frase che mostra un’ideale puro, detto quando ancora si crede nelle proprie motivazioni, magari prima di essere corrotti da altro. “Voglio fare cose, per cui la gente provi altre cose”.

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Cinema

The Book of Vision | L’apertura della Settimana della Critica è targata Malick

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Scelto per aprire la 35esima Settimana Internazionale della Critica, durante la 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Book of Vision sfoggia un nome di grande richiamo tra le sue fila. Terrence Malick è infatti tra i produttori esecutivi della pellicola, firmata da Carlo S. Hintermann, al suo debutto nel lungometraggio.

La guida, o meglio la supervisione, dell’apprezzato cineasta è ben evidente anche solo osservando il trailer del film. Ma andiamo per ordine.

The Book of Vision | L’influenza malickiana

Eva (Lotte Verbeek, Outlander) è un chirurgo che decide di interrompere la carriera per dedicarsi allo studio della storia della medicina. È così che si imbatte in un antico manoscritto, curato da un dottore della Prussia del Settecento, tale Johan Anmuth (Charles Dance, Game of Thrones). Improvvisamente la donna viene proiettata in quell’epoca e sente un legame indissolubile con coloro che conobbero il luminare.

Leggi anche: TENET | La “enoisnecer” NO SPOILER del film che fa ripartire il cinema

The Book of Vision è un’opera delicata, complessa, piena di sfaccettature. A un primo sguardo potrebbe non arrivare la mole di suggestioni e di argomenti che la compongono.

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The Book of Vision, una scena del film

Visivamente di impatto, grazie anche a questa atmosfera che rimanda alla mente lo stile malickiano, venato di una poesia impossibile da descrivere a parole, il film prende per mano lo spettatore e lo immerge via via sempre più dentro il suo universo.

La componente naturalistica, esaltata nella sua bellezza dal tappeto musicale, dà il suo enorme contributo, andando a imprimersi nella mente di chi osserva e portandolo a vivere in un limbo tra sogno, realtà, allucinazione. Proprio come capita ai personaggi, ci si trova incapaci di separare e spesso di dare un senso a ciò che ci si trova davanti.

La vita e la morte separate da un velo ma mai disgiunte

Il rosso è il colore predominante – negli abiti, nel colore dei capelli della protagonista, nel sangue, nell’arredamento: simbolo dell’energia vitale, mentale e fisica, diviene la linfa da cui tutto dipende, infondendo al tempo stesso una grande potenza alle immagini e al loro significato.

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The Book of Vision, una scena del film

La vita e la morte si (con)fondono, in un ciclo senza fine. Così la pellicola termina dopo aver compiuto il suo giro e tornando sull’inquadratura dell’apertura. Un velo separa la vita terrena dall’aldilà, e basta un semplice gesto per poter toccare chi è andato dall’altra parte ma non è morto.

La riflessione sollevata da The Book of Vision è in qualche modo debitrice a Malick e a tutta una serie di autori che si sono mossi nella stessa direzione. Certo il discorso sarebbe ampio e complesso, dal momento che in campo vengono messi numerosi elementi – l’esistenza dell’anima, le superstizioni, l’immortalità – ma la storia è interessante per altri motivi.

L’importanza dell’ascolto e della storia

In primis perché pone alla nostra attenzione un discorso non così trattato né banale, quale quello del rapporto medico-paziente. Se in passato il secondo veniva ascoltato davvero da colui a cui si rivolgeva per essere curato, nel corpo e nello spirito, questa usanza viene tutto a un tratto abbandonata.

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Il corpo umano è adesso un oggetto, un campo di gioco, le persone sono solo occasioni per nuove scoperte e sperimentazioni. Si perde l’interesse verso le storie e si porta avanti quello per gli organi. È questo che conduce Eva a capire quando e cosa è cambiato nel corso dei secoli, e perché.

Portatrice di una sorta di giustizia altra, la donna si sente chiamata in causa in prima persona, nel tentativo di riconnettere il passato con il futuro.

La maternità ha chiaramente un ruolo di primo piano nella vicenda, intrecciandosi fortemente con i personaggi femminili mostrati. A tal proposito una lode va alla Verbeek e a Isolda Dychauk (nel ruolo di Maria), splendide rappresentanti di una femminilità ormai quasi persa.

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